Con Antonio la continuità del 3-5-2 sarebbe garantita da Di Lorenzo e dalla valorizzazione di Pisilli. Roberto potrebbe anche difendere a 4 e chiamerebbe Zaniolo e...
L’ultimo cavallo di ritorno non ha funzionato ma partiva obiettivamente da una rincorsa impossibile: Marcello Lippi riprese le redini della Nazionale nel 2008, due anni dopo averla lasciata a Roberto Donadoni, senza avere i mezzi per eguagliare l’impresa di Berlino 2006. La nostra crisi comincia da lì, dalla prima avventura mondiale senza passare il girone eliminatorio che è proprio Sudafrica 2010, quella del Waka Waka di Shakira. Da allora a ballare sull’Italia sono stati i presidenti federali (tre: Abete, Tavecchio e Gravina) e i commissari tecnici (sette: Prandelli, Conte, Ventura, Di Biagio, Mancini, Spalletti e Gattuso). Chissà se adesso toccherà di nuovo a un allenatore che ha già frequentato Via Allegri e Coverciano. I due nomi caldi sono Antonio Conte e Roberto Mancini, che nella loro precedente esperienza con la Nazionale hanno lasciato il segno, ognuno con il proprio stile. E’ presto per dare certezze, visto che deve essere ancora composta la nuova governance federale, ma è interessante ricostruire il percorso di entrambi sulla panchina più turbolenta del Paese.
2014-2016: LA GRINTA E I RIGORI
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Antonio Conte ha accettato la chiamata il 4 settembre 2014 dopo le dimissioni di Cesare Prandelli successive al disastroso Mondiale brasiliano (disastroso, per come percepivamo all’epoca la prematura esclusione dal torneo). Ha resistito un biennio, per poi decidere di ricominciare dal Chelsea che gli aveva proposto un programma ambizioso. Il suo passaggio si concluse dopo un appassionante Europeo francese, nel quale venne eliminato ai quarti di finale da una nazionale molto più forte, la Germania, soltanto ai calci di rigore. In tanti ricorderanno il gesto da sbruffone di Graziano Pellé che indicò il cucchiaio al gigante Neuer, salvo poi sbagliare il tiro come Simone Zaza. Ma basta leggere i nomi dei due attaccanti per intuire che la Nazionale di dieci anni fa non era migliore di quella attuale. Anzi. Per certi versi Conte seppe costruire un gruppo solido, efficace, che superò i propri limiti tecnici. Nelle 25 partite della sua gestione, l’Italia perse solo una volta: proprio all’Europeo con l’Irlanda, nell’ultima giornata del girone, quando già la qualificazione era al sicuro. Un percorso non trascurabile, a dispetto del finale sfortunato. La sua Italia sarebbe avvantaggiata dalla continuità nel sistema di gioco: Gattuso aveva individuato nel 3-5-2 il modulo adatto. Avanti allora, con il verosimile rilancio di Giovanni Di Lorenzo a tutta fascia. Davanti Conte ripartirebbe probabilmente dal gruppo già presente alternando gli interpreti: Scamacca potrebbe trovare più spazio. Nel mezzo, spazio ai centrocampisti di gamba: sicuro Tonali, che ha i ritmi da Premier, ma è immaginabile anche la valorizzazione di Pisilli.
2018-2023: LA GLORIA E L’IMBARAZZO
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La parabola di Roberto Mancini è stata molto più lunga e molto più densa. Scelto da un presidente già sfiduciato, Carlo Tavecchio, prese in mano la Nazionale dopo la prima delle tre eliminazioni dal Mondiale, il 28 maggio 2018. Ereditò il ruolo da Gian Piero Ventura, che per un breve periodo ad interim era stato sostituto da Gigi Di Biagio, e riuscì a entrare nella storia riportando a casa il titolo europeo che mancava dal 1968. La notte di Wembley, dei rigori contro la spocchiosa Inghilterra e dell’immenso abbraccio con Gianluca Vialli, è stata così accecante da trasformarsi in illusione. Abbiamo, hanno pensato che l’Italia fosse improvvisamente tornata grande. In verità quell’Europeo, giocato in un anno dispari a causa del Covid, conteneva una pozione magica che consentì ai calciatori di sfruttare (con merito) tutti gli episodi favorevoli. Prima delle due partite decisive, contro Spagna e Inghilterra, vinte entrambe ai rigori, la Nazionale aveva faticosamente battuto ai supplementari l’Austria che si era vista annullare un gol di Arnautovic per un fuorigioco quasi impercettibile. Sigillo di Chiesa, guarda caso, uno degli uomini che Rino Gattuso avrebbe voluto con sé in Bosnia. Detto ciò, l’impresa targata Mancini rimane nella testa, nel cuore e nella bacheca. Ma il suo tracciato da commissario tecnico, 61 partite con il 60,66% di vittorie, è stato rovinato dalla clamorosa sbandata mondiale del 2022: essere sconfitti a Palermo dalla Macedonia del Nord nella semifinale playoff è un ricordo che ci fa ancora arrossire. Va anche precisato però che quell’Italia nel girone sprecò due volte in un modo grottesco l’occasione di superare la Svizzera: Jorginho sbagliò un rigore sia all’andata sia al ritorno nello scontro diretto. Eppure, più del risultato negativo, nella percezione generale Mancini ha pagato le modalità del commiato. Non si dimise subito, difeso dal presidente Gravina, ma ad agosto inoltrato un anno e mezzo dopo, quando ricevette l’offerta dell’Arabia Saudita. Errore del quale si è poi scusato, ricomponendo il rapporto con la Figc. Non sarebbe strano se gli chiedessero di rientrare immediatamente dal Qatar. Come imposterebbe l’Italia? La difesa a tre potrebbe essere confermata. Ma non è sicuro. Mancini valuterebbe sicuramente la tentazione Zaniolo, che lui convocò a Coverciano nel 2018 prima che debuttasse in Serie A. In quel caso la Nazionale tornerebbe al 4-3-3 o al 4-2-3-1 sacrificando un centravanti. Un centrocampista di qualità come Fagioli sarebbe certamente considerato. E occhio al milanista Bartesaghi come terzino sinistro.







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