Il diario di Darderi: "Sinner, la diarrea e quella bimba che piangeva... Il mio incredibile Australian Open"

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Il tennista azzurro scrive per noi ripercorrendo il fantastico mese di gennaio, con i primi ottavi Slam della carriera e il best ranking appena raggiunto (numero 23 del mondo)

Luciano Darderi

3 febbraio - 11:29 - MILANO

In quest’età dell’oro del tennis italiano, abbiamo la fortuna di poter contare su diversi top player accanto a Jannik Sinner: atleti, ragazzi che hanno molto da dire. Come Luciano Darderi, 24 anni il 14 febbraio, numero 23 del mondo, argentino di nascita, ma italiano di formazione. Gli abbiamo chiesto di raccontarci la sua vita nel circuito e ha accettato. Questa è la seconda puntata del suo diario (clicca qui per la prima puntata)

Ha appena smesso di piovere. Fra 10-15 minuti mi richiameranno in campo. Auckland, quarti di finale, primo torneo del 2026. Ho vinto il set iniziale 6-1 giocando un tennis straordinario contro Giron. Nel secondo sono sotto 2-1. Dovrei sentirmi sicuro, invece mi assalgono le paure. Con un’interruzione di due ore è come se la partita ricominciasse da zero. Il tennis è così: ogni volta è come scalare l’Everest. Questo diario inizia qui, sotto la pioggia, ma in realtà parte molto prima. Parte da una scelta. Ho deciso di saltare la prima settimana del circuito, in modo da allenarmi a Buenos Aires con Guillermo Pérez Roldán, nuovo collaboratore del mio team. Una settimana di lavoro intensissimo. Dall’Argentina prendo un volo diretto per Auckland con China Eastern, per guadagnare qualche giorno in più. Sono metodico: dormo sempre alla stessa ora, mi imposto subito sull’orario neozelandese. Il mio trucco è semplice: appena salgo in aereo, sposto l’orologio sull’ora di destinazione. Auckland mi sorprende. È lontanissima da Dubai e Buenos Aires. È una città a misura d’uomo, in equilibrio con il mare, con la natura. Supero Tabilo, poi la partita con Giron. Dopo l’interruzione per il maltempo, come temevo, il vantaggio svanisce e il risultato si ribalta. Maledetta pioggia. 

Si va agli Australian Open. Mi assale un dubbio: in Nuova Zelanda ho giocato con una nuova racchetta, sempre la mia, però con una caratteristica diversa, decisamente più rigida. Cambiare o tornare indietro? Devo decidere subito. In aeroporto mi confronto con mio padre Gino e prendo la decisione definitiva di tornare alla vecchia racchetta, cioè quella meno rigida, che mi consente di avere potenza ma più controllo. Torno allo strumento che mi ha fatto vincere quattro titoli Atp, con l’idea di non abbandonarlo per i prossimi anni. Arrivo a Melbourne di giovedì. Il mio manager Luca Del Federico ha recuperato sei nuove racchette. Vanno customizzate tutte. Non passo nemmeno dall’appartamento che ho preso in affitto in centro città. Mi reco subito a Melbourne Park per parlare con gli incordatori e valutare tutte le specifiche delle racchette. I tempi sono strettissimi: devo riadattare il mio gioco e riequilibrare tutte le sensazioni alla vecchia racchetta. 

Ecco il debutto nel torneo, contro Garin. Sono avanti di due set e ho un match point, ma sto malissimo. Ho preso un antinfiammatorio e nella fretta mi sono dimenticato il gastroprotettore. Sono piegato in due, non riesco a giocare. Si va al tie-break. So che avrò poche chance se non vincerò questo set. È fondamentale poter andare al bagno ma non posso andarci per regolamento. Fortunatamente Gago (Garin) chiama il medical timeout per una vescica al piede e riesco ad andare in bagno: vomito, diarrea, di tutto. Recupero un po’ di forze. Grazie Gago. Che sportività! Davanti a me passano i fantasmi dell’ultimo Australian Open, quando mi sono ritirato per dolori allo stomaco e 39 di febbre. Ma questa volta resisto, vinco il tie-break, abbraccio il mio amico Christian e corro di nuovo in bagno. Poi torno solo per stringere la mano all’arbitro, salutare il team, i tifosi. Sono al secondo turno. 

Mi aspetta Baez, che ha battuto Fritz in United Cup e fatto finale ad Auckland. Ho due giorni per recuperare: se non sono al massimo, so che è finita. Arriva il giorno del secondo turno. Sono sereno, pronto per la battaglia. Bevo acqua e limone e mangio riso con pollo in bianco. Il match è durissimo. Vinco il primo set con una rimonta incredibile, nel secondo mi sciolgo, il terzo lo porto a casa grazie a un suo doppio fallo sul set point. Ma questo è uno sport che si decide su una, due, tre palle. Nel quarto vado avanti, lui rincorre, sento la pressione, ma alla fine vinco. Che liberazione: per la prima volta al terzo turno agli Australian Open. Sabato pomeriggio, in uno stadio grande, giocherò il match più importante contro Khachanov, ex numero 8 del mondo. 

Mi sveglio e vorrei fare una bella doccia prima di raggiungere Melbourne Park per il warm-up. Tra quattro ore giocherò il terzo turno. Maledizione, le due docce sono rotte, l’acqua comincia a uscire ovunque. Al campo di allenamento aspetto lo sparring partner che non arriva: mio padre si fionda in campo e lo sostituisce. Sembrano segnali premonitori di una giornata storta, ma mi sento in fiducia, ripasso nella mente la strategia, mi convinco che farò bene. In campo metto a segno 17 ace, compreso quello che mi dà il punto decisivo. Incredibile: mi ritrovo per la prima volta agli ottavi di uno Slam e incontrerò Sinner. La sera festeggiamo. Beh, festeggiare è una parola grossa. Andiamo in un pub con papà Gino, il mio personal trainer, il mio manager e mia zia, venuta da Singapore per trovarmi. Mi concedo una birra: vorrei prenderne una media, ma papà mi consiglia di scegliere una piccola. Non lo ascolto e mi godo quella birra lentamente, in ogni sorso. 

Alla vigilia dell’incontro con Sinner ripeto tutti i riti scaramantici. Per esempio i posti nell’auto: sempre gli stessi, e tutti devono salire dalla stessa portiera. La sera prima sto tranquillo a casa: guardo una puntata della serie tv Prison Break, ascolto Bob Marley. Dormo tantissimo e benissimo. Sveglia alle 10, a colazione uova sode, avocado, yogurt greco con mirtilli, mango e frutto della passione, tè nero senza latte, succo d’arancia. La tattica? Beh, Jannik non ha punto deboli: dovrei portarlo sugli scambi sostenuti, facendolo muovere. Giochiamo sulla Margaret Court Arena, impianto molto raccolto, come se fosse indoor. E superficie più veloce della Rod Laver Arena, dove c’era la possibilità di spostarci dopo il ritiro di Mensik contro Djokovic. Posso comprendere che Jannik abbia voluto rimanere nell’altro stadio. È tempo di giocare. Nel primo set non ci capisco nulla, il campo è molto rapido. Pian piano mi ci abituo e nel terzo set lotto alla pari, riuscendo a mettere in pratica la tattica della vigilia. Nel tie-break capita una cosa strana. Servo per andare sul 3-0, una bambina in tribuna comincia a piangere, non so se fermarmi o provare a servire. Mi fermo, interrompo il flusso e subisco la rimonta. Mi viene da ridere a ripensarci. Ma ho fatto bene, la bambina piangeva e non potevo servire disinteressandomi di quel pianto. 

Tiro le somme con il mio team: è stato un grande torneo, ho disputato tre partite fantastiche, magari giocassi con questa mentalità tutti gli Slam. Ora so che posso competere a questi livelli: il piano di entrare nella top 20 accelera rispetto alla tabella di marcia. Nel volo di ritorno verso Dubai scorrono nella mente le immagini più belle, quelle che ricorderò per sempre. Come l’incontro con Roger Federer. È stato inaspettato, mentre uscivo dagli spogliatoi. Ero emozionato come un bambino, non ci avevo mai parlato prima. Roger sapeva di me e di ciò che avevo fatto, mi ha fatto i complimenti e mi ha chiesto che programmi avessi. Un campione di stile. Gli ho raccontato che a febbraio giocherò i tornei sulla terra della trasferta sudamericana. E gli ho detto che in primavera andrò a Murcia per allenarmi una settimana con Alcaraz. Ne abbiamo parlato a Melbourne, ci tenevo tanto a lavorare con Carlos. Non vedo l’ora di farlo.

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