I timori del governo, 'gli iraniani non paghino le colpe del regime'

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"La popolazione civile iraniana non può e non deve pagare il prezzo delle colpe dei propri governanti". Nelle ore in cui il mondo tiene il fiato sospeso per le evoluzioni del conflitto in Iran, da Palazzo Chigi filtra la preoccupazione per il "rischio di un'ulteriore escalation militare che potrebbe coinvolgere l'intero territorio iraniano, senza distinzione tra obiettivi strategici, militari e civili".

La nota, ribadendo la "condanna" delle "condotte destabilizzanti" del regime di Teheran, non cita mai gli Stati Uniti, ma l'ammonimento è chiaramente legato alle minacce di Donald Trump, nell'attesa di capire se seguiranno azioni dirompenti che possono aggravare lo scenario o se - l'ipotesi che rimbalza fra le cancellerie - siano il prologo per un accordo con l'Iran. E la distanza da Washington è marcata anche dalla "condivisione" della linea Ue sulla necessità di preservare le infrastrutture civili e la popolazione, nell'auspicio "che si possa presto giungere a una soluzione negoziale della crisi".

Anche per scongiurare gli scenari peggiori sul fronte energetico. C'è attenzione ma nessuna emergenza, è la linea che filtra da Palazzo Chigi di fronte al rincorrersi di allarmismi. Ne parlerà certamente Giorgia Meloni giovedì nell'informativa in Parlamento sulla "azione" del suo governo. E parlerà del suo viaggio nel Golfo prima di Pasqua, da cui - spiegano i suoi - è tornata con la convinzione di aver dimostrato ad Emirati, Arabia e Qatar che l'Italia c'è ed è pronta a fare la sua parte.

Un elemento cruciale in un momento in cui sono in pericolo le forniture di petrolio da quel quadrante. Con Algeria, Libia e Azerbaigian si lavora invece per le forniture di carburante per aerei, in uno scenario che nel governo si definisce non emergenziale, al di là delle parole con cui il ministro della Difesa Guido Crosetto, in un'intervista al Corriere della Sera, ha spiegato che "si teme" il rischio che "non tutto ma molto" si blocchi nel giro di un mese.

La situazione, si ragiona nell'esecutivo, potrebbe precipitare se lo Stretto di Hormuz restasse bloccato per mesi con conseguenze paragonabili ai tempi dell'austerity del 1973. Una prospettiva ora considerata inesistente. Per questo motivo, ai piani alti dell'esecutivo escludono l'ipotesi di fare ricorso a misure drastiche come quelle incluse nelle raccomandazioni diffuse dell'Agenzia internazionale dell'energia (Iea) il 20 marzo, come smart working, razionamento dei carburanti, le targhe alterne o la riduzione dei limiti di velocità per le auto. I tecnici del Mase stanno completando i monitoraggi. anche sulla base del piano di emergenza del sistema italiano del gas naturale.

E nelle prossime ore il ministro Gilberto Pichetto si confronterà con Meloni. All'antivigilia dell'appuntamento in Parlamento, la premier è stata brevemente a Palazzo Chigi, e si è focalizzata sulla limatura del suo intervento, che potrebbe rivelarsi più un discorso alla nazione che alle Camere, ragionano fonti di maggioranza. Nelle stesse ore i provvedimenti su sicurezza e migrazione sono stati al centro di una riunione di governo con i sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari, i ministri Giancarlo Giorgetti (Economia), Matteo Piantedosi (Interno), la Ragioniera generale dello Stato Daria Perrotta e Gaetano Caputi, capo di Gabinetto della premier.

Dalle presenze è facile capire che si cerca la quadra sulle risorse necessarie per i provvedimenti sul tavolo, inclusi il decreto sicurezza, la delega sull'attuazione del Patto Ue su migrazione e asilo e quella per il riordino della polizia locale. Il dossier sicurezza e le misure in cantiere "contro il lavoro povero" si annunciano centrali nell'informativa con cui, a tre anni e mezzo dalle dichiarazioni programmatiche con cui debuttò da presidente del Consiglio, Meloni dovrebbe segnare la nuova fase dell'esecutivo, dopo la debacle al referendum sulla giustizia.

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