23 vetture, caschi e tute che raccontano la rivalità tra Ferrari e le scuderie inglesi negli anni Sessanta e Ottante. La mostra è visitabile fino all'11 novembre 2026
Chiara Marchisio
2 aprile - 13:04 - TORINO
Enzo Ferrari li chiamava “i garagisti” con la supponenza di chi, fino al loro arrivo, aveva dominato quasi senza obiezioni il campionato di Formula Uno, loro rispondevano a tono chiamandolo “il Drake”, come lo spietato pirata del 1500. Oggi, le scuderie inglesi indipendenti che hanno sfidato Ferrari tra gli anni Sessanta e Ottanta sono protagoniste al Museo Nazionale dell’Automobile di Torino nell’ambito della mostra I nemici del Drake (dal 2 aprile all’11 novembre 2026, biglietti acquistabili online). A raccontarne la storia sono soprattutto le venti vetture esposte (altre tre sono Ferrari). Nate in piccole officine d’oltremanica che poco c’entravano con l'elegante stabilimento di Maranello, in pista si fecero presto notare per le soluzioni tecniche innovative che le rendevano leggere e veloci. D'altro canto, diceva Colin Chapman (Vanwall, Lotus), "qualsiasi auto che tenga tutto insieme per un’intera gara è troppo pesante".
contrasti sui motori
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I trofei da strapparsi a vicenda erano solo la parte più evidente di una rivalità concettuale che partiva dal cuore delle monoposto: il motore. Il Drake aveva passato tutta la vita a svilupparne di sempre più potenti e sofisticati, secondo lui da collocare obbligatoriamente nella parte anteriore della monoposto. I britannici la pensavano diversamente. Le loro scuderie li acquistavano da chi offriva buone prestazioni a un prezzo contenuto (non c’era, quindi, uno sviluppo interno come in Ferrari) e li montavano nella parte posteriore per avere una vettura più maneggevole e una migliore distribuzione dei pesi. La Cooper T51 esposta al Mauto fu la prima di questo tipo a trionfare in un campionato nel 1959, dopo che la sorella maggiore, la Cooper T43, si era aggiudicata la prima gara nella stagione precedente (Gran Premio d’Australia 1958 con Stirling Moss, team Cooper).
RIVOLUZIONE TECNICA
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Da lì in poi, gli altri, Ferrari compreso, seguirono a ruota e il motore anteriore scomparve dalla Formula Uno. Il nuovo modello di squadra “cliente” tanto odiato da Ferrari, invece, prese piede, e diede inizio a una vera e propria rivoluzione tecnica e progettuale del campionato automobilistico che portò in pista monoposto sempre più estreme. Quelle oggi al Mauto avevano sei ruote (March 2-4-0), doppio telaio (Lotus 88B), motori potentissimi come il 4 cilindri turbo Bmw M12/13 montato dalla Brabham BT54.
UNA RESA PARZIALE
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Il percorso della mostra chiude con la McLaren MP4/5 (vettura del duello Senna-Prost, poi vinto dal francese nel 1989) e con la Ferrari della resa: la 640 progettata da John Barnard su ordini del Drake, nel centro tecnico di Guildford, in Inghilterra, ma naturalmente assemblata a Maranello. Accompagnano l’esposizione curata da Carlo Cavicchi, Mario Donnini e Maurizio Cilli caschi e tute dei piloti dell’epoca e una collezione di fotografie scattate da Rainer W. Schlegelmilch (uno dei più grandi fotografi di Formula Uno) e un ricco programma di conferenze dedicate agli appassionati (23 aprile, 17 giugno, 17 settembre al Mauto, 22 maggio a Roma).







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