Il leggendario coach spegne 90 candeline: "L'emozione più grande? La rimonta contro l'Aris nell'86. Meneghin l'italiano più forte"
Palleggio, arresto, tiro. Il basket e la tecnica, la lavagna per disegnare gli schemi e la parola per far volare i sogni. Daniel Lowell Peterson, nato il 9 gennaio 1936, come la sua Olimpia Milano, compie oggi 90 anni. Coach, comunicatore, divulgatore. Un personaggio capace di andare oltre lo sport, affidando alla tv, prima dei social, i tratti della sua umanità in aggiunta al valore, indiscutibile, espresso sul campo. Per la Gazzetta è un amico, un editorialista acuto, una preziosa guida per comprendere quello che c’è dietro sconfitta e vittoria, personaggi e dinamica dello sport d’élite. Sempre con il suo stile inconfondibile e quel linguaggio "itamericano" che colpisce al primo impatto. Nella sua visita in redazione spegne la candeline con la dolce compagna di vita, la moglie Laura Verga, e risponde alle domande partendo dalle basi del suo sport, i fondamentali del basket e i momenti che danno anima alla partita. Palla a due.
La "prima" in panchina se la ricorda?
"Certo, avevo 15 anni, dopo essere stato scartato come giocatore cominciai ad allenare Ridgeway. Fu una vittoria 45-7, se non sbaglio".
Palleggio. Chi ha scandito meglio di tutti il ritmo del suo basket?
"Mike D’Antoni. Disciplina, tecnica, precisione: un allenatore in campo".
Tiro in sospensione.
"Franco Boselli. Stilisticamente perfetto. E Roberto Premier. Efficace. Uno che non conosceva la paura".
Difesa. La sua 1-3-1 ha fatto storia.
"Questione di cuore, quindi di uomini. Il miglior difensore mai avuto? Meneghin. E poi Vittorio Gallinari, l’unico capace di fermare Larry Wright nella finale contro Roma del 1983".
La squadra. Era scritto nelle stelle che l’Olimpia fosse la sua creatura prediletta.
"L’Italia è stata la mia America. Nel 1973 arrivai alla Virtus Bologna dal Cile, dove avevo allenato la nazionale. Cinque anni dopo il presidente Bogoncelli mi volle a Milano. Per parlare con lui andai fino a Parigi. Ricordo che stava mangiando in un ristorante di classe, all’ingresso mi chiesero di indossare una cravatta, era obbligatorio. Ovviamente non l’avevo portata, mi salvò un cameriere. 'Voglio che alleni la mia squadra', mi disse Bogoncelli. 'Lei è una persona che ispira fiducia'. L’inizio all’Olimpia non fu facile, venivo dopo Cesare Rubini, un monumento. Al Palalido c’erano tre panchine di legno massiccio, non ho mai voluto sedermi su quella che usava sempre lui".
Mvp. Il giocatore italiano più forte di sempre?
"Dino Meneghin. Nessun dubbio. Potrei citare mille episodi, come la finale di Coppa Campioni vinta a Losanna e finita da infortunato, zoppicando".
Time out. Pausa dal basket: quando ha capito di essere diventato un personaggio popolare?
"Con le telecronache Nba e quelle del wrestling. Poi nell’anno del Grande Slam, nel 1987, arrivò lo spot del Tè Lipton. Lo girammo a Miami, anche se nella pubblicità dicevo di essere a Chattanooga, Tennessee".
"Gancio cielo! Pandemonio! Mamma, butta la pasta". Davanti al microfono si lasciava andare.
"Mai preparato nulla, era tutto istinto. Alcune cose erano, diciamo, libere traduzioni da frasi di famosi giornalisti americani, come Bob Elson. Lui diceva 'Mamma, metti il caffè sulla stufa' quando la partita era finita. Sapevo che in Italia la pasta avrebbe funzionato meglio...".
Ultimo tiro. Il basket di oggi le piace?
"No. Abolirei il tiro da 3. Nessuno tira da dentro l’area, soprattutto in Nba. Hanno rovinato il gioco".
Sirena, fine della partita. Se chiude gli occhi qual è l’emozione più intensa vissuta da coach?
"La rimonta da -31 contro l’Aris dell’86. Ma anche la stagione 1978/79, quella della Banda Bassotti: ci davano per retrocessi, arrivammo in finale scudetto"
Spogliatoio. Cambierebbe qualcosa di questa partita durata 90 anni?
"Nulla, rifarei tutto dal primo minuto all’ultimo".








English (US) ·