L'album dei RICORDI
Le interviste di Gazzetta
L’ex difensore di Udinese, Milan e Inter: "Galeone a Udine faceva le partitelle con noi, Zaccheroni ci diceva di preoccuparsi se ci ignorava, non se ci urlava addosso. Grazie a lui con Bierhoff intesa perfetta: io crossavo, lui incornava, gol. E quando passai all'Inter..."
Durante la prima chiamata, dopo una manciata di minuti, a vincere è il vento. Soffia forte, fa cadere la linea. Poi dopo mezz’ora ci riproviamo. Thomas Helveg risponde in un italiano impeccabile, scusandosi. "Ero fuori in bici e non si sentiva nulla. Colpa del vento, qui ce ne è parecchio. Quando non penso al calcio pedalo, mi rende felice". La chiacchierata con Helveg - ex difensore di Udinese, Milan e Inter - inizia così. Lui si trova a Odense, in Danimarca, lo zenit e il nadir della sua carriera calcistica. “In Italia tifo per Udinese e Milan, ma il mio cuore batte per l’Odense. Sono cresciuto qui e ancora ci lavoro: sono responsabile dello scouting”. Il capitolo sull’Italia lo apre lui, poi ci si tuffa a pieno. Viaggia con la memoria, ricorda, racconta. “Che mondo il ‘mio’ Milan!”.
Già… altri tempi. Anche se la sua avventura in Italia partì da Udine. Come andò l’adattamento per un danese in Friuli?
"È stato strano, ma bello. Mi spiego: Udine è una città piccola, che ti accoglie. Mi ricorda Odense. Ha circa la metà degli abitanti, ma è discreta alla stessa maniera. Ti lasciano vivere senza pressioni".
Il primo allenatore con cui trovò continuità fu Giovanni Galeone.
"Le racconto questa: quando arrivò a Udine io ero in Nazionale. Un mio compagno, John Sivebæk, mi disse: ‘Tom attento, quello è matto’. Lui lo aveva avuto a Pescara. Io, quindi, tornai a Udine un po’ impaurito. Invece, trovai una grande persona. Era sempre scherzoso, sì un po’ folle, ma simpaticissimo. In partitella in allenamento voleva sempre giocare. Si metteva in mezzo e pretendeva di impostare. Quante risate ci siamo fatti con il mister, mi manca".
Il salto di qualità poi, lo fece con Zaccheroni. Ricordi?
"Mi porto dentro solo cose bellissime. Nel 1994 ho vinto il premio di danese dell’anno, poi con lui sono cresciuto tantissimo. Ricordo il primo allenamento. Ci disse: 'Non dovete preoccuparvi se vi urlo addosso, ma se vi ignoro'. Ed era vero. Poi io di mio non ero un chiacchierone, ma con lui ho avuto un rapporto molto schietto. Mi prendeva da parte e mi mostrava dove stare in attacco e in difesa. E quanti assist ho fatto in quegli anni. Io crossavo e Bierhoff incornava…"
Un’asse perfetta.
"Eccome! Poi ci siamo ritrovati al Milan. Avevamo un buon rapporto, anche fuori dal campo. Oliver era uno di quelli con cui andavo a giocare a golf. Lui, Tassotti, Donadoni, Sheva…".
I grandi del Milan mi hanno insegnato il valore del lavoro. E io ero uno che dava tutto. Ma sa… loro erano dei campionissimi, eppure in allenamento non mollavano niente
L’ha anticipato lei, il Milan. Flash del primo giorno a Milanello?
"Un sogno. Milanello è un’oasi felice, lontano da una città che va a duecento all’ora. Quando andai a firmare, non c’era nessuno. Mi ricordo che camminavo per questa struttura immensa e avevo lo sguardo di un bambino al luna Park. Poi, invece, il primo giorno di ritiro mi accolse Paolo Maldini. Mi venne a prendere e mi portò a bere un caffè. In mezz’ora mi spiegò cosa era il Milan e come bisognava comportarsi. Infine, se posso, vorrei citare un aspetto che per me è stato fondamentale".
Prego.
"Sia Paolo che Weah, Costacurta e i tanti altri campioni presenti in quella rosa mi hanno insegnato il valore del lavoro. E io ero uno che dava tutto. Ma sa… loro erano dei campionissimi, eppure in allenamento non mollavano un centimetro. È stata una grande lezione".
Ce ne era uno, tra i tanti fuoriclasse, che la stupì più degli altri per qualità tecniche?
"Boban. Non so descrivere a parole quello che faceva con il pallone. A volte lo vedevo in campo, mentre eseguiva una giocata, e pensavo: ‘ma come ha fatto?’. Era un mago”.
Al Milan è stato cinque anni, dal 1998 al 2003, vincendo tutto e giocando più di 100 partite. Quale era il segreto di quel gruppo?
"Prima con Zac - che mi aveva portato lì da Udine e che non smetterò mai di ringraziare - poi con Carlo Ancelotti avevamo uno spogliatoio fantastico. Stavamo davvero bene insieme, in campo e fuori".
Eppure, una frase di Berlusconi la fece arrabbiare…
"Mi definì un leone sordo… e non ho mai capito perché. Tornavamo da una trasferta, non avevo fatto una grande partita ma non pensavo di meritare un appellativo del genere. In diretta nazionale poi. Dopo qualche giorno, mi chiamò per dirmi che non aveva detto niente di simile, ma non gli ho tanto creduto. Penso che non mi apprezzasse particolarmente. In più sono sempre stato uno che ha scelto di mantenere una debita distanza: lui era il presidente, io un giocatore. Per quell’uscita un po’ infelice ci rimasi un po’ male, ma pazienza…".
Poi, in uno scambio, finì all’Inter. Qualcuno le diede del milanista o dell’infiltrato. Si è mai sentito così?
"No. E i milanisti lo sanno. In estate, subito dopo il mio trasferimento, giocammo il trofeo Tim. I tifosi rossoneri mi dedicarono un coro e tanti applausi, sapevano che ero stato una pedina di uno scambio e che non avevo avuto voce in capitolo. Io sarei voluto restare a vita, altroché. Una volta, in ritiro, un paio di tifosi nerazzurri ci scherzarono su: ‘Helveg, guarda che ora la maglia è cambiata’. Ma io mi sono sempre impegnato, nonostante avessi il Milan nel cuore".
In chiusura, la bicicletta. Il suo grande amore dopo il calcio…
"Pedalare mi rende felice. Quando non penso al calcio, esco in bici e mi perdo tra le montagne. Con Martin Jorgensen, mio grande amico ed ex compagno a Udine, organizziamo pedalate di beneficenza per raccogliere fondi contro la sclerosi multipla. Aderiscono moltissime persone".
In che modo il pallone è rimasto nella sua vita?
"Lavoro nell’Odense, dove sono cresciuto. Mi occupo dello scouting e della formazione dei ragazzi. In passato l’ho fatto anche per le selezioni giovanili della nazionale danese. È e sarà sempre una parte centrale della mia vita, bicicletta permettendo…".










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