Hamilton, la prima vittoria in rosso a Barcellona e il sogno Mondiale

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Quando Schumacher vinceva al Montmelò il primo GP con la rossa nel ‘96, l’inglese aveva 12 anni. Ora, dopo essersi sbloccato sulla stessa pista, sfida il giovane Antonelli per l’ennesima, clamorosa impresa in una carriera senza eguali

Giulia Toninelli

Giornalista

27 giugno 2026 (modifica alle 14:38) - MILANO

Televisione accesa, un piatto sulle ginocchia. Dentro pollo e noodles, o forse un panino al prosciutto. Lewis Hamilton strappa dal fondo della sua memoria un ricordo sbiadito di trent’anni fa: "Non so bene cosa stessi mangiando, ma so che cosa pensai vedendo Michael Schumacher vincere con la Ferrari per la prima volta". Era il 2 giugno del 1996 e il tedesco, già pluricampione del mondo, si affacciava al via di una storia destinata a cambiare i record della Formula 1 e i limiti del possibile: "Io avevo undici anni - racconta il britannico - e mi domandai cosa potesse significare vincere una gara con quella macchina rossa" Lewis era un bambino timido, piccolo di statura e snello, pensieroso. A scuola faticava, bloccato da una dislessia diagnosticata tardivamente che rese complicati gli anni dei suoi studi, e nell’ambiente elitario del motorsport inglese le cose, già dai kart, non andavano meglio. Era sempre l’unico, Lewis Hamilton. L’unico ragazzino nero, l’unico non benestante in un mondo dominato da giovani che non sapevano cosa significasse dover contare ogni sterlina per poter correre una gara. Eppure, mentre tutti intorno a lui gli ricordavano ogni giorno che diventare un pilota di Formula 1 sarebbe stato impossibile, Lewis non ha mai smesso di credere di potercela fare.

i primi giri in spagna

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Era stato papà Anthony a metterlo su un kart per la prima volta, quando aveva solo tre anni. Il padre stava da poco con Linda, quella che sarebbe poi diventata madre di suo fratello Nicolas, e per permettersi una breve vacanza a Ibiza la famiglia aveva fatto i conti con attenzione: andata in aereo, ritorno in treno sfruttando gli sconti dei dipendenti delle ferrovie di cui godeva il padre, soggiorno in un campeggio per roulotte. Lewis era felice, quella era la sua prima vacanza all’estero, ma fu la gita sui kart a cambiare tutto. Nonostante il rettilineo fosse lungo meno di cento metri a quel bambino, così piccolo per indossare un casco che sembrava sempre troppo grande per lui, parve di volare, di essere veloce e grandioso come il suo mito, Ayrton Senna. Da quel momento in poi quando gli chiedevano chi volesse diventare da grande, Hamilton rispondeva sempre la stessa cosa: Ayrton Senna - o, se possibile, un supereroe. "Mio padre mi diceva di tenere i piedi per terra - ha raccontato più volte il pilota della Ferrari - ma vedevo l’impegno che ci metteva per permettermi di correre, arrivando anche a fare tre o quattro lavori contemporaneamente. Anche lui, come me, ci credeva davvero tanto". Niente fu mai davvero semplice, ma il sogno era troppo grande per essere fermato, e il talento sensazionale dimostrato fin dai primi anni in pista sui kart portò quel bambino britannico fino alle porte della Formula 1.

F1 - RETRO / LEWIS HAMILTON 1997 / NELLA FOTO LEWIS HAMILTON ALL' ETA' DI 12 ANNI

UN SOGNO… ROSSO

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A scrivere una storia sua e solo sua, costellata da scelte professionali e personali coraggiose e inedite, che hanno contribuito a renderlo il pilota più rappresentativo della storia della massima serie del motorsport. "C’è stato un periodo nel quale ogni mia scelta veniva giudicata e criticata - ammette Hamilton -. Quando lasciai McLaren per Mercedes mi presero tutti per matto, dissero che non avrei mai vinto niente. E quando iniziai a interessarmi alla musica e alla moda, dissero che ormai non pensavo più alla carriera da pilota, e che non avrei più avuto successo". Giudizi che l’inglese aveva imparato a farsi scivolare addosso molto tempo prima, contando solo sul proprio istinto, capace di guidarlo in ogni scelta, fino a diventare - anche grazie all’azzardo del progetto guidato da Toto Wolff - il pilota più vincente della storia della Formula 1. Un uomo forgiato nell’argento della Mercedes, e per molti destinato a chiudere con quella squadra la sua carriera, fino all’ultimo colpo di scena, il più inatteso di una vita tutta picchi: cercare di vincere l’ottavo titolo iridato con Ferrari, accettando l’offerta del Cavallino a 40 anni. "Perché in fondo ho sempre desiderato sapere che cosa si prova a vincere con una macchina rossa" ha ammesso, in un inedito ruolo di leader. Una storia perfetta, accolta da un entusiasmo senza precedenti, che sembra scrivere il capitolo finale perfetto di una carriera stellare: chiudere in rosso, come avrebbe sognato di fare il suo mito Ayrton Senna, e farlo al fianco del team principal Fred Vasseur, conosciuto e stimato dai tempi della GP2, categoria cadetta vinta da Hamilton nel 2006 prima dello stellare esordio in Formula 1. "Era qualcosa che dentro di me ho sempre voluto, ma sapevo di doverlo fare nel momento giusto. Quando vedevo altri campioni, come Vettel, vincere con la Ferrari intuivo in loro un’emozione diversa, unica". Il desiderio coltivato per anni raccontato in un’immagine, quella del podio del Gran Premio di Sepang del 2015, subito dopo la prima vittoria dell’amico e rivale Vettel con la rossa: Lewis, seduto al suo fianco sul podio, lo osserva con attenzione. La commozione del tedesco è impossibile da nascondere e Hamilton sembra chiedersi, esattamente come in quella domenica di giugno del 1996 sul divano di casa, che cosa possa significare trionfare in Ferrari.

UN’ANNATA... NERA

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Poi, proprio quando la domanda di una vita poteva finalmente trovare la sua risposta, è iniziata la fase più difficile della carriera del britannico. Un anno, quello del suo arrivo a Maranello, che Hamilton non ha esitato a definire "il più difficile della mia storia in Formula 1". Mai a podio, mai davvero competitivo, costantemente alle spalle del più giovane compagno di squadra Charles Leclerc. Tormentato dai dubbi sul futuro, dalle domande sulla sua età, con nel fondo dei pensieri l’ombra di una debolezza mai mostrata: "Sono inutile - arrivò a dire lo scorso anno dopo una disastrosa qualifica in Ungheria - la Ferrari dovrebbe trovarsi un altro pilota". Ma sulla schiena di Lewis Hamilton da oltre dieci anni c’è tatuata una frase che ha sempre rappresentato la capacità di reagire del britannico: still I rise, ancora mi rialzo. E così ha fatto. Concentrato per tutto il corso del 2025 sulla stagione successiva, quella dell’atteso cambio regolamentare in F.1, ha focalizzato ogni sforzo su quella che sarebbe stata l’occasione decisiva per la Ferrari per tornare a vincere.

la gioia a barcellona

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Schietto e testardo, l’unico arrivato al Cavallino con la forza necessaria per poter dire pubblicamente che molte cose sarebbero dovute cambiare, dal metodo di lavoro alla gestione delle dinamiche in pista e in fabbrica. "Sono venuto anche per questo, per aiutare la squadra a tornare a vincere" ha ammesso. La fame di sempre, anche a quarantun anni, al via della sua ventesima stagione in F.1, e con sette titoli iridati già in tasca. Gli stessi di quel Michael Schumacher che a undici anni vide vincere sulla Ferrari per la prima volta. Era a Barcellona, sul circuito di Montmelò, lo stesso che in uno strano gioco del destino ha portato Hamilton, in una giornata di giugno di esattamente trent’anni dopo, a trionfare - anche lui per la prima volta - vestito dello stesso rosso. "Ma voglio che questo sia solo l’inizio - promette, commosso, Hamilton - perché adesso che so cosa significa vincere con questi colori non sono pronto a smettere". Davanti c’è una stagione ancora tutta da vivere, che attualmente lo vede secondo alle spalle del diciannovenne Andrea Kimi Antonelli, il pilota che ha ereditato il suo sedile in Mercedes e che oggi lo sfida nella corsa Mondiale. Un gigante e un bambino, a caccia dello stesso sogno. Diverso, per l’impegno che richiede sfidare, dopo vent’anni tra i più grandi, una nuova generazione di campioni, velocissimi e affamati, ma uguale a quello che quel ragazzino di Stevenage desiderava più di qualsiasi altra cosa. Capire che sensazione si provasse a correre con le macchine più veloci del mondo, a lottare tra i campioni, a vincere tutto e poi farlo di nuovo. Questa volta in rosso, per l’ennesima impresa di una carriera senza eguali.

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