Il bomber del City, insieme al capitano dell'Arsenal re della Premier League, sono le stelle della generazione dorata che ha riportato i vichinghi alla fase finale iridata dopo 28 anni
Kjetil Rekdal, veterano degli ultimi due Mondiali giocati dalla Norvegia prima di un digiuno lungo 28 anni, è sicuro che la sua nazionale in questo ritorno tra i grandi valga almeno i quarti di finale. “Quello che dici non ha senso” gli ha risposto il ct Stale Solbakken, nel tentativo di ridurre pressione e aspettative. Non ci è riuscito, perché da Oslo al circolo polare sono tutti convinti che questo possa essere davvero il Mondiale della Norvegia. Non è solo perché è il primo dal 1998, è che le stelle della squadra sono due giocatori di prima grandezza come Erling Braut Haaland (anche col cognome della madre, come da un anno a questa parte in nazionale), il re dei gol di tutte le qualificazioni con 16 centri, e Martin Ødegaard, capitano dell’Arsenal, re della Premier League. Sono la punta dell’iceberg di una generazione dorata del calcio norvegese, una che si è guadagnata il Mondiale con quasi 5 gol di media a partita, come sa bene l’Italia. Una che non è certo andata in Usa per fare da comparsa, nonostante il ct faccia il pompiere, con una rosa di 26 giocatori piena di talento che include anche cinque conoscenze della Serie A.
perché crederci
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Haaland, prima di tutto. Come ha detto lui durante le qualificazioni, “se fossi un tifoso norvegese e nella mia squadra ci fosse Erling Haaland, mi aspetterei di vederlo al Mondiale”. Ha mantenuto la prima promessa, ora vuole mantenere la seconda: fare in modo che la Norvegia non si fermi subito, che vada oltre quel gruppo I con Francia, Senegal e Iraq che per molti è il gruppo della morte. Poche nazionali in questo Mondiale hanno un centravanti col talento e la facilità di gol di Haaland. E un giocatore che sappia accendere l’entusiasmo dei tifosi: i primi giorni nel ritiro di Greensboro, in North Carolina, sono stati un bagno di folla nel nome di Erling. La star del City però non è sola: quella che la Norvegia porta al Mondiale 2026 è davvero la sua generazione dorata, una che nel 2025-26 ha accumulato più minuti nelle cinque leghe top d’Europa come ai giocatori norvegesi non riusciva dal 1998-99. Questo perché oltre a Haaland e Ødegaard ci sono talenti come Alexander Sorloth, Julian Ryerson, Oscar Bobb, Sander Berge, che soprattutto in attacco (37 centri nelle qualificazioni, più di tutti in Europa) assicurano gol, cross e passaggi.
italians
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Nell’elenco della generazione dorata con cui la Norvegia si è convinta di poter essere la sorpresa del Mondiale ci sono anche cinque italiani. Il più esperto è Morten Thorsby, 30enne centrocampista che conta 170 presenze in A tra Sampdoria, Genoa e Cremonese, a cui, nella seconda parte della stagione, ha provato con 11 presenze a dare una mano a non retrocedere. Nelle gerarchie di partenza, i titolari dovrebbero essere Torbjorn Heffe, il difensore 27enne che ha avuto un buon impatto nella prima stagione a Bologna, e Kristian Thorstvedt, centrocampista al Sassuolo dal 2022 con cui è sceso anche in Serie B. Tra i 26 di Solbakken ci sono anche Leo Skiri Ostigard, tornato al Genoa nella passata stagione dopo aver aiutato il Napoli a vincere lo scudetto nel 2022-23, e Marcus Pedersen, il più giovane degli italiani nella rosa della Norvegia coi suoi 25 anni, da due stagioni al Torino dopo essere stato portato in Italia dal Sassuolo nel 2023-24.
il cammino
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Essere nel gruppo con la Francia non abbassa le chance della Norvegia di andare avanti, anzi avere un girone così difficile potrebbe essere la motivazione giusta per far evitare cali di tensione a Haaland e compagni. Arrivare o meno ai quarti di finale, come sognano buona parte dei tifosi a Oslo e dintorni, passa ovviamente dai suoi gol, ma anche dalla conferma che questa è davvero la generazione d’oro. Con buona pace di Solbakken, dopo 28 anni di attesa, con delle qualificazioni da imbattuta chiuse davanti all'Italia e uno dei più forti centravanti del mondo a guidarti, sognare di fare le cose in grande è normale. Spetterà a Haaland e compagni, già dal debutto del 16 giugno con l’Iraq, dimostrare anche che è possibile.









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