Lo hanno ribattezzato "La Rivalità più Grande": dal 7 agosto al 12 settembre in programma 8 partite, le sfide alle franchigie sudafricane e 4 test con gli Springboks, ma l’ultimo... a Baltimora. Le altre nazioni seguiranno l’esempio?
Roberto Parretta
7 agosto - 22:08 - MILANO
Apparentemente è un ritorno alle origini, anche se potrebbe aprire la strada a una nuova visione del rugby internazionale. Parliamo di quello che è stato lanciato come “La Rivalità più Grande”, il tour degli All Blacks in Sudafrica. Tra il 7 agosto e il 12 settembre i neozelandesi giocheranno 8 partite, affrontando le franchigie sudafricane (Stormers, Sharks, Bulls e Lions) e poi 4 volte gli Springboks bicampioni del mondo in carica. Test che si giocheranno all'Ellis Park di Johannesburg, a Città del Capo, a Soweto (sempre Johannesburg) e infine a Baltimora, con gli Stati Uniti ormai tappa fissa del viaggio degli All Blacks prima dello sbarco in Europa per i test di novembre. Le due federazioni, ricalcando un po’ quello che accade con i tour dei British&Irish Lions, hanno definito una cadenza quadriennale: sarà così il Sudafrica nel 2030 a viaggiare per la Nuova Zelanda, per quello che sarà il suo primo vero e proprio tour all’estero nella storia del rugby professionistico.
i tour fra passato e futuro
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Ci si chiede a questo punto che direzione stia prendendo il rugby: guarda al futuro o rimpiange il passato? Spoilerando un po’ la conclusione, sembrerebbe una via di mezzo. Nel 2027, anno i Mondiali australiani, potrebbe esserci un nuovo nome sulla Webb Ellis Cup, ma potrà esserci più chiarezza anche sul destino del Rugby Championship dell’emisfero sud. Al momento quella del 2026 è stata presentata solo come una sospensione, con Argentina e Australia rimaste senza torneo e costrette a organizzarsi la loro serie di test, con gli organizzatori che hanno intanto presentato un calendario per le edizioni dal 2027 al 2029, con tanto di edizione completa (e non ridotta come accadeva in passato) anche nell’anno della rassegna iridata. Se poi il torneo andrà regolarmente in scena è da vedere. Così mentre i Mondiali e il Sei Nazioni restano i veri punti fermi del calendario internazionale, se i tour dei Lions rappresentano l’unica eccezione da aggiungere alla propria carriera alla quale i giocatori (avversari compresi) ambiscono, se con il neo nato Rugby Championship si è data una maggiore armonizzazione alla stagione, in un contesto che sembra costantemente voler reinventarsi e allo stesso tempo produrre grandi profitti, il tour degli All Blacks in Sudafrica rappresenta la sola, vera novità da 25 anni a questa parte. Sono infatti le sfide così dette storiche nel rugby ad attirare maggiormente l’attenzione dei tifosi e di conseguenza degli sponsor. Una Bledisloe Cup tra All Blacks e Australia sarà sempre più attesa e vissuta di una visita degli Springboks a Twickenham o della Francia a Eden Park. Senza dimenticare che, come nel caso dei tour dei Lions, un tour degli All Blacks in Sudafrica e quello degli Springboks in Nuova Zelanda possono rappresentare una opportunità che una generazione di giocatori potrà vivere una o due volte al massimo. Lo stesso vale per i tifosi che ogni 4 anni si sposteranno al seguito della propria squadra: in Sudafrica per un mese sono attesi circa 3000 neozelandesi, che avranno l’opportunità di organizzarsi un viaggio sportivo raramente replicabile. Una prospettiva decisamente allettante. Ed è da qui che il rugby deve interrogarsi: quanto può interessare a un tifoso gallese seguire la squadra in Sudafrica per due, tre anni di fila, oltretutto ben sapendo che sarà molto difficile sperare in un successo? Ma se invece si organizzasse una serie ogni 4 anni con visite invertite? E se in quella serie fossero inserite le sfide alle franchigie locali? Non solo per concedere minuti ai giocatori meno utilizzati, piuttosto per ricreare quel senso di “storico” che veniva accostato alle visite delle grandi squadre negli stadi dei piccoli club. Volete un esempio? Ancora oggi fra i gallesi è molto più probabile incontrare persone che racconteranno di essere state presenti a Stradey Park quando il Llanelli sconfisse clamorosamente gli All Blacks per 9-3 nel tour del 1972, rispetto a quelle che diranno di avere assistito alla prima vittoria del Galles sugli Springboks nel 1999 a Cardiff. Una fantasia? Non esattamente. E davvero le vecchie serie di giugno, ora trasformate nel Nations Championship di luglio, rappresentano il meglio che si può fare? Davvero prendere l’Inghilterra e spostarla lungo tre continenti nell’arco di 15 giorni, anche se per test ben confezionati e promossi, rappresenta il futuro del rugby? Ecco perché tornare al vecchio concetto dei tour, dando però loro una collocazione sistematica, potrebbe aprire a un nuovo concetto di valore da offrire a giocatori e tifosi. Ecco perché allora, forse, le federazioni neozelandese e sudafricana possono avere aperto la strada a una nuova era.
la più grande
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Anche con lo slogan “La Rivalità più Grande” si è scelto di distinguersi, caratterizzarsi come nessun altro potrà fare. Ma davvero quella tra All Blacks e Springboks lo è? A guardare i trofei e la storia, pare proprio di sì. Ai Mondiali nessuno ha vinto più di loro: 4 titoli gli Springboks, 3 gli All Blacks. Nessuno ha percentuali più alte in termini di vittorie rispetto ai match giocati: rispettivamente 64% e 77% (dietro di loro ci sono l’Irlanda al 62% e l’Inghilterra al 60%). Negli scontri diretti gli All Blacks però ancora comandano nettamente: 62 vittorie contro 44. La storia invece colloca al 1921 il primo test, nel tour sudafricano in Nuova Zelanda chiuso in parità. Finì in pareggio anche il primo tour degli All Blacks in Sudafrica nel 1928, mentre il primo successo in trasferta degli Springboks risale al 1937, con quella che venne definita al tempo “la squadra più forte mai vista in Nuova Zelanda". Gli All Blacks tornarono in Sudafrica per la prima volta dopo la guerra nel 1949 e vinsero la serie 4-0, Il primo tour dopo la guerra è datato 1949 e gli All Blacks. Nei quattro successivi (1960, 1965, 1970, 1976) a vincere furono sempre le squadre di casa (2 a 2). In quegli anni due tour vennero cancellati per le proteste della popolazione neozelandese, che non voleva vedere gli All Blacks giocare assieme alla nazione dell’apartheid: nel 1973 venne così cancellato quello degli Springboks in Nuova Zelanda, mentre nel 1976, dopo averlo comunque programmato, la federazione neozelandese fu costretta a cancellare il viaggio. Per poi arrivare al tour degli Springboks del 1981, che causò manifestazioni di protesta e gravissimi episodi di guerriglia tra la polizia e la popolazione come mai prima si era visto in Nuova Zelanda (la serie finì 2-1 per i padroni di casa). La federazione neozelandese ci riprovò nel 1985, ma allora fu addirittura l’Alta Corte a imporre il rispetto dello statuto, costringendo i dirigenti del rugby a cancellare il tour e tagliare definitivamente i rapporti fino alla fine dell’apartheid. Nacque così il “rebel tour” del 1986, quando vennero creati i New Zealand Cavaliers, una sorta di All Blacks mascherati, che giocarono 15 incontri in Sudafrica, molto ben remunerati, con tanto di test “camuffati” con gli Springboks. Ai giocatori neozelandesi venne inflitta una blandissima squalifica di due partite ufficiali. Alla fine dell’apartheid furono però proprio gli All Blacks a celebrare il ritorno degli Springboks nel contesto internazionale: si giocò a Johannesburg nel 1992 e a vincere furono gli ospiti 27-24. Nel 1994, anno dell’elezione di Nelson Mandela a presidente, il ritorno in Nuova Zelanda per una serie finita 2-0, ma con gli Springboks che si presero la rivincita l’anno seguente vincendo la finale dei Mondiali organizzati in casa. Per arrivare alla seconda serie vinta dagli All Blacks in Sudafrica bisogna aspettare il 1996: 3-1 per una squadra definita “impareggiabile”. Dal 2007 inizia invece il dominio internazionale delle due squadre: il Mondiale vinto dagli Springboks in Francia, due di fila vinti dagli All Blacks (2011 in casa e 2015 in Inghilterra) e altri due di fila dai sudafricani (2019 in Giappone e 2023 in Francia).









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