Il ritorno in Italia dal suo allenatore storico Camossi ha dato all'olimpionico la spinta per mettersi alle spalle il periodo americano che non gli ha dato i frutti attesi
Mennea a Vittori ha dato sempre del “lei”. Record del mondo, oro olimpico e sedici anni insieme tra separazioni e riconciliazioni non cancellarono la stima reciproca, che non sconfinò mai però in confidenza. La velocità è una questione di millimetri, decimi di secondo e, soprattutto, di silenzi. Marcell Jacobs lo ha capito sulla propria pelle, fuggendo fino in Florida per cercare un’illusione americana fatta di metodi d’oltreoceano e guru internazionali. Ma quel trasferimento dal controverso Rana Reider si è rivelato col tempo solo un costoso rumore di fondo. Il fallimento dell’esperienza negli Stati Uniti non è stato una questione puramente tecnica, ma spirituale. A Jacksonville rischiava di diventare un prodotto da catalogo. A Roma, dove tutto è ricominciato all’inizio di questo 2026, è tornato a essere semplicemente sé stesso. Cerca il terzo oro europeo consecutivo, stavolta a Birmingham. Non è solo una difesa formale di un titolo, ma la logica conseguenza di una necessaria rigenerazione biologica ed emotiva.
segreti
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Per ritrovarsi Jacobs ha dovuto fare la scelta più difficile per un campione olimpico: ammettere di aver perso la strada e fare un passo indietro, tornando a casa. Il riavvicinamento a Paolo Camossi è un atto di igiene mentale prima ancora che una necessità atletica. Camossi conosce i segreti di quel motore meglio di chiunque altro al mondo. Sa esattamente quando forzare i carichi e quando togliere pressione; sa soprattutto che un talento istintivo come Jacobs non ha alcun bisogno di formule magiche, ma della naturalezza istintiva che lo ha reso l’uomo più veloce del pianeta. Il tecnico lo ha spogliato dalle sovrastrutture commerciali, dalle tossine di un ritiro sfiorato a fine 2025 e dalle ossessioni mediatiche, restituendogli la centralità del gesto tecnico originario. Lo ha riportato al punto di partenza. I riscontri di questa estate, dal decimo titolo italiano fino al recente e ventoso 9”67 stampato in Austria, certificano che la cura del ritorno a casa ha funzionato. Jacobs non corre più con la rabbia di chi deve dimostrare qualcosa. Quando si presenta sui blocchi con questa ritrovata serenità, i cento metri si semplificano e gli avversari tornano a fare meno paura. Il terzo titolo europeo non è solo un obiettivo strategico (ci sono riusciti solo Borzov e Christie) ma il battesimo del suo secondo tempo agonistico. Sono tanti gli atleti che sanno rinascere ogni volta. I campioni, una volta per tutte.










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