Giorgetti: 'Guerra e sfiducia, stress test per i conti'

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La guerra rischia di pesare sull'economia e i conti pubblici italiani. Con il Brent ormai lanciato verso i 120 dollari al barile e il Qatar pronto a dichiarare la forza maggiore sui contratti di fornitura di gnl, la situazione in Medio Oriente sembra ormai sempre più ingarbugliata e pericolosa, anche dal punto di vista economico. Tanto da spingere Giancarlo Giorgetti, a lanciare i primi avvertimenti sull'impatto del conflitto.

Il ministro dell'Economia parla di "sfiducia, paura, chiusura", elementi psicologici che però, come la dottrina economica insegna, sono in grado di incidere fortemente sull'andamento del Pil. Le conseguenze della guerra sono immediate, spiega: "impennate dei prezzi energetici, con un rischio inflazionistico sulle famiglie, mentre il famigerato spread ha rialzato la testa". Prima dell'attacco di Usa e Israele contro l'Iran il differenziale fra i titoli decennali italiani e quelli tedeschi viaggiava infatti intorno ai 60 punti base, oggi è oltre gli 80. "E' uno stress test impegnativo anche per i conti pubblici", sottolinea Giorgetti. A partire dal debito, il cui percorso di rientro potrebbe essere messo alla prova dalla salita del costo degli interessi, ma anche per Pil e deficit.

Le stime sono ancora premature. Alla presentazione del prossimo Documento di finanza pubblica manca ancora un mese, intervallo in cui è difficile prevedere quale possa essere il susseguirsi degli eventi. Ma l'attenzione al Mef è massima.

Basti pensare che nelle analisi di rischio del Documento programmatico di finanza pubblica dello scorso autunno tra gli scenari più pessimistici era indicato proprio quello di un aumento dei prezzi di petrolio e gas, prolungato nel tempo ma decisamente più contunuto rispetto all'attuale. Assumendo quotazioni nel 2026 di 10 dollari e di 10 euro superiori allo scenario base, quindi di 76 dollari per il Brent e di 41,9 euro in media per il gas, il Dpfp stimava un tasso di crescita inferiore di 0,2 punti rispetto al quadro di base di un aumento del Pil dello 0,7%.

E solo qualche giorno fa, di fronte ad un quadro geopolitico decisamente più aggiornato, Carlo Cottarelli indicava che un aumento del 10% del prezzo del petrolio è in grado di cancellare lo 0,1 di Pil. Il greggio a 120 dollari significa un aumento del 100% e l'impatto sulla crescita italiana sarebbe quindi di "almeno un punto", tale da spingere l'Italia in recessione.

Priva di indipendenza energetica e con un debito ancora altissimo che, con le attuali regole Ue, ne limita le possibilità anche rispetto agli altri partner europei, la sfida per l'Italia si complica: "le tensioni internazionali, il conflitto in Ucraina prima e la guerra in Iran ora creano incertezza e instabilità nei processi economici e nelle valutazioni dei cittadini", sottolinea ancora Giorgetti. La sua preoccupazione è diffusa perché, come ribadito anche all'ultimo Eurogruppo, l'instabilità energetica è questione non solo di costi, non solo di competitività delle aziende ma anche di sicurezza nazionale. Il ministro torna però ad assicurare "serietà e responsabilità". L'unico modo "per affrontare e uscire positivamente anche da questa crisi". 
   

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