Una stagione segnata dagli infortuni, i suoi Bucks fuori dai playoff Nba: per il fuoriclasse greco non è il momento migliore della carriera, ma continua a essere amatissimo dalla gente: “Le persone riconoscono la mia autenticità, lo sforzo che faccio per essere sempre me stesso, anche in campo”
Giulia Arturi e Davide Chinellato
30 maggio - 17:10 - MILANO
"Pensare che vendevo orologi nelle strade di Atene, ora ho un orologio a mio nome…". Giannis Antetokounmpo, 31 anni, riflette con lucidità, saggezza, voglia di condividere, mai con vittimismo o paternalismo. La sua storia è di quelle che emozionano, ed è diventata qualche anno fa un film della Disney: una famiglia che lascia la vita in Nigeria per cercare qualcosa di meglio in Grecia. Un ragazzino magrolino, potenzialmente devastante, dall’A2 greca arriva in Nba a Milwaukee e lì diventa due volte Mvp, una volta Mvp delle Finals e campione Nba nel 2021. Giannis risponde mentre sta andando a prendere uno dei suoi bimbi (ha due maschi e due femmine) a scuola. Ci parla con gioia di loro, della famiglia, di responsabilità e della voglia di vincere ancora. Il giocatore greco è da tempo ambassador di Breitling e per lui il tempo è la cosa più preziosa del mondo: "Custodisco ogni momento con le persone che amo e con cui mi piace lavorare. Cerco sempre di rispettare il tempo e le energie degli altri e di costruire qualcosa che rimanga: ci sono cose che non tornano più".
Hai chiuso la stagione da infortunato. Come stai in questo momento?
"Sto bene, sono in salute. Penso che in ogni maledizione ci sia anche una benedizione. Ovviamente non volevo finire la stagione così, senza fare i playoff e con diversi infortuni durante l’anno. Però ho avuto la possibilità di stare con la mia famiglia e con i miei figli. Sacrifichiamo tanto tempo stando lontano da loro: perdiamo compleanni, attività scolastiche, giorni importanti".
E avrai poi l’estate libera da impegni con la nazionale, da quanto tempo non succedeva?
"Sarà la prima volta. Ho l’opportunità di migliorare le mie qualità, la salute, prendermi cura del fisico. Voglio dimostrare che sono ancora uno dei migliori giocatori della Nba. Su cosa sto lavorando? Lo so che sembro giovane (ride), ma è il mio 14° anno in Nba: significa tanti chilometri nelle gambe, devo essere intelligente. Una cosa che aiuterà il mio corpo sarà migliorare il tiro. Voglio concentrarmi sul mio jumper, i ganci vicino a canestro e il gioco in post basso. Penso che la combinazione di tutto ciò aiuti la longevità agonistica, per restare al massimo livello ancora per anni".
La tua storia prima della Nba è incredibile ed è diventata anche un film Disney. Cosa racconti ai tuoi figli di quella storia?
"In realtà i miei figli non l’hanno ancora visto".
Davvero?
"Quando è uscito erano ancora troppo piccoli, poi non è più capitato! È un messaggio forte quello sulla vita, arriva dai miei genitori: il sacrificio di lasciare la famiglia, i loro fratelli, Francis, il mio fratello maggiore, il loro ambiente sicuro in Nigeria per andare in Grecia a cercare occasioni migliori. Tutto per darmi l’opportunità di essere dove sono oggi. I veri eroi sono loro. Sapete cosa? È il momento di far vedere il film ai miei figli, ora che sono più grandi sono in grado di capirlo".
A proposito di famiglia, quanto è cambiata la tua prospettiva da quando sei diventato padre?
"Nove anni fa ho perso mio padre, so quanto fa male quella ferita. Era il protettore, quello che provvedeva alla famiglia, il visionario. Arrivò dalla Nigeria in Grecia e lavorava per strada. Ha fatto di tutto per metterci cibo in tavola. Ci sono stati giorni in cui lui non mangiava per far mangiare noi, eravamo tutti uniti, ce l’ha insegnato lui. Quindi spero di poter essere per i miei figli un padre altrettanto bravo. Vorrei facessero ciò che amano, e io sarò sempre al loro fianco".
Ci hai raccontato il Giannis padre e marito. È diverso dal Giannis superstar Nba?
"Completamente diverso. Mia moglie dice sempre che ho due personalità: quando mi guarda giocare, a volte, non le sembra nemmeno di vedere suo marito. In campo c’è il Greek Freak, l’All-Star, l’Mvp, il campione Nba. A casa cambio pannolini, preparo da mangiare, metto a letto i miei figli e parlo con mia moglie. Sono rilassato e tranquillo. La gente mi dice di smettere di camminare per strada da solo, ma non mi dà fastidio se le persone vengono a salutarmi". In campo tocca indossare una maschera?
"Nello sport, quando mostri emozioni, spesso vieni etichettato come debole, ci si aspetta che siamo dei robot. Però un atleta una volta mi ha detto: ‘Gioca libero. Gioca con gioia. Se vuoi urlare, urla. Se vuoi ridere, ridi. Se sei nervoso, sii te stesso. Essere perfetti significa essere se stessi’. E allora cerco di farlo anche in campo. Però alla fine è competizione. Devi inseguire l’eccellenza".
Chi erano le persone a cui ti ispiravi crescendo?
"Prima di tutto i miei genitori. Sono l’esempio assoluto di famiglia, lavoro duro, disciplina e altruismo. Poi atleti: Michael Jordan, sicuramente. Ho sempre amato Kevin Durant. Nel calcio adoravo Thierry Henry. E recentemente ho guardato il documentario su Ronaldinho su Netflix. Ho ammirato il modo in cui giocava con gioia. Sorrideva sempre. Nessuno riusciva a portargli via quel sorriso".
Parlando invece di quello che fai fuori dal basket: sei ambassador di Breitling, e hai un orologio a tuo nome. Che significato ha per te?
"Lavoro con Breitling da cinque anni e condividiamo gli stessi valori e la stessa visione, è un onore. Ma la cosa che rende tutto ancora più incredibile per me è da dove vengo. Da ragazzino vendevo occhiali da sole e orologi per strada ad Atene. Tutto quello che i miei genitori mi hanno insegnato, disciplina, lavoro duro, dare tutto quello che hai, mi è rimasto nel cuore e nella vita. E ora, anni dopo, ho un mio orologio e rappresento una delle più grandi aziende del settore al mondo, con grande tradizione. È assurdo pensarci: avevo sedici anni quando ho smesso di farlo. Lo ricordo come se fosse ieri".
Tornando al basket, cosa ti lascia l’ultima stagione?
"Non è stata una buona stagione, erano 10 anni che non mancavamo i playoff. Lavoro con uno psicologo sportivo e mi ripete sempre che l’unico modo per migliorare è prendersi le proprie responsabilità, nel bene e nel male. E io non ero abbastanza in salute per aiutare la squadra. I miei compagni sono straordinari, ma perdere un giocatore del mio calibro influisce non solo su quello che succede in campo, ma anche sulla presenza all’interno della squadra. Quando si fa riabilitazione e non si viaggia con il gruppo, i ragazzi perdono una voce, un senso di fiducia e tranquillità. È quasi come avere il fratello maggiore accanto".
Stai seguendo la crescita del basket femminile e della Wnba?
"Sì, e penso che le atlete stiano finalmente ottenendo quello che meritano. Si sono unite e hanno usato la loro piattaforma per avere quello che si sono guadagnate. Ne sono davvero felice. Penso sempre: e se fosse mia figlia? Vorrei che ottenesse quello che merita, anzi anche di più. La maggiore, Eva, ama già il basket. A Milwaukee non c’è la squadra, ma c’è a Chicago. Un giorno la porterò, ma senza mai metterle pressione".
Come è cambiata la tua prospettiva quando hai capito che le persone guardavano a te come esempio?
"È sicuramente una responsabilità. Per me non è un peso, sono sempre stato me stesso. Quando sono felice, sono felice. Quando voglio stare zitto, sto zitto. Quando voglio scherzare, scherzo. La gente percepisce l’autenticità e riesce a riconoscersi. In fondo, la gente non si ricorderà quanti punti ho segnato o quanti gol ha fatto Ronaldinho, ma di come li hai fatti sentire. Voglio che le persone si sentano ispirate e possano fare del bene per qualcun altro. Sono molto legato alla famiglia, sono leale, lavoro duro e tengo alle persone. E per qualche motivo la gente mi vuole bene. Non so perché".
Hai vinto il titolo nel 2021. Se pensi ai prossimi cinque anni, quanti altri titoli vuoi vincere?
"Ho detto a mia moglie che sono stanco dei complimenti. Non voglio più complimenti. Voglio tornare ad avere fame, fame vera. Voglio un altro anello. Lo voglio tantissimo. E non credo che la gente capisca davvero quanto. Ne vorrei cinque nei prossimi cinque anni, ma anche uno andrebbe bene. Se fossero due sarei l’uomo più felice del mondo".










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