L'ex portiere si racconta al Corriere della Sera: dalla promessa mantenuta al nonno scomparso alla lotta contro una patologia autoimmune che lo ha portato a redigere il testamento: "Sono grato anche alla sofferenza"
22 aprile - 10:57 - MILANO
"Nella mia vita ho toccato con mano la sofferenza. L’ho fatto per tre volte. La prima è stata un dolore fisico, la seconda psicologico, la terza ha colpito corpo e mente. Ma sono grato di aver vissuto tutto questo". Inizia così l'intervista rilasciata da Sebastien Frey al Corriere della Sera. L'ex portiere di Inter, Fiorentina e Parma ha ripercorso la sua storia tra calcio, fede buddista, depressione e la paura di morire.
la dinastia frey
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Frey ha rivendicato con orgoglio la storia sportiva della sua famiglia, sottolineando come spesso venga ignorata dai media: "Quando si parla di dinastie nel calcio, si citano sempre i soliti nomi. Mai nessuno parla della mia. Nonno è stato in Nazionale francese, mio papà ha giocato in Ligue 2, io e mio fratello in A, mio figlio gioca nella Cremonese. Quattro generazioni, chi può dire lo stesso?". A questo orgoglio si lega un ricordo doloroso e commovente legato a una promessa fatta al nonno: "Avevo giurato a mio nonno che gli avrei regalato la maglia della mia prima convocazione. È morto un anno prima, ma la promessa l’ho mantenuta: ho fatto mettere la divisa nella sua tomba".
la depressione e la rinascita
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L'ex portiere ha poi affrontato il tema del crollo psicologico avvenuto dopo il secondo infortunio e la fine del suo matrimonio: "Rientravo la sera ed era tutto vuoto e buio. Non riuscivo più a dormire, travolto dai pensieri. Ne sono uscito chiedendo aiuto a uno psicologo. Da solo non ce l’avrei fatta". Ha inoltre denunciato il tabù della salute mentale che vigeva nel mondo del calcio in quegli anni: "Non ne parlavo con gli amici perché avevo paura che potesse girare la voce. Al tempo il mondo del calcio non era pronto: sarei stato trattato come un malato, un debole". Il racconto prosegue con il momento della rinascita, avvenuta grazie al supporto di un amico speciale in un momento di profonda insicurezza atletica: "Ero in ritiro con la Fiorentina, non mi sentivo sicuro del mio ginocchio, ero in crisi. Ho chiamato Roby (Baggio). Mi ha introdotto alla religione buddista. Mi ha cambiato la vita. Mi ha dato una prospettiva fatta di lucidità".
lo spettro della morte
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Il momento più drammatico è però il 2019, quando una patologia autoimmune lo ha portato a un passo dal baratro: "Una mattina mi sono svegliato e riuscivo a muovere solo la testa. Il resto del corpo era immobilizzato. Il dottore mi aveva avvisato: "Può essere mortale". Mi chiedevo se fosse arrivata davvero la mia fine. Un giorno avevo chiesto anche al notaio di preparami il testamento. Per fortuna è rimasto sigillato". Frey ha poi aggiunto un altro dettaglio: "Avevo rischiato di morire anche tre anni prima, il 14 luglio 2016, il giorno della strage di Nizza. Sarei dovuto essere lì a festeggiare con gli amici, ma mi salvò un ritardo aereo". In conclusione, Frey ha voluto dare un senso compiuto a tutte le sue cicatrici, considerandole tappe di un'evoluzione necessaria: "Tutte queste esperienze mi hanno trasmesso qualcosa. Il primo infortunio mi ha permesso di conoscere il buddismo, il secondo mi ha portato a guardarmi dentro. La malattia, invece, mi ha reso più sensibile e consapevole della bellezza della vita".
La Gazzetta dello Sport
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