Parla il 39enne assistente allenatore della Nazionale e dei Knicks freschi di titolo: "L'amore della gente per questa squadra mette d'accordo tutti, per la finale c'è stato un clima pari solo ai mondiali di calcio da noi". E sul ritorno in Italia...
Riccardo Fois, assistente allenatore della Nazionale e dei Knicks campioni Nba: solo un’ora di sonno dopo l’anello, approfittando delle tre ore di volo di rientro da San Antonio a New York. Com’è vincere il titolo Nba? “Meglio che perderlo come mi era successo a Phoenix. Ti rendi conto della fortuna di essere nel posto giusto al momento giusto: lo realizzeremo poco a poco, forse già alla parata di giovedì”.
Rick, quali sono le cose che hanno dato più soddisfazione vista da coach?
“Aver vinto tre gare fuori casa contro San Antonio che è una squadra fortissima. Grazie alla capacità di Mike Brown e dell’organizzazione guidata da Rose e Wesley di tenere il gruppo unito e togliere pressioni, creando l’ambiente giusto per dare il meglio”.
Cose incredibili successe?
“A parte il tifoso che ha tirato un cono stradale per aria ed è entrato perfettamente in testa a un altro tifoso? Sono un ragazzo cresciuto guardando i film di Ben Stiller e a fine gara era lui in spogliatoio a filmare noi, con Spike Lee, Turturro, Chalamet... Sono con noi tutto l’anno, anche in trasferta”.
In cosa è diverso fare basket a New York?
“Parli con la gente e ti accorgi che parlano solo di Knicks. Cammini per strada e c’è gente in giacca e cravatta e sopra la canotta di Brunson. Qualcosa di paragonabile a quello che da noi sono i mondiali di calcio. Qui ci sono squadre di hockey, football, baseball ma l’amore per i Knicks mette d’accordo tutte le generazioni e tutte le etnie, i colletti bianchi e i colletti blu. Proprio tutti”.
Un ragazzo di Olbia sul tetto del mondo, che effetto fa?
“È sempre bello, fa pensare alla fortuna di essere stato in organizzazioni di questo livello, a quanti allenatori, assistenti, giocatori più bravi di me non hanno avuto la stessa fortuna. Più di guardarsi indietro, ci si gode il momento per cogliere un attimo che potrebbe non risuccedere più. Ho avuto la fortuna con Phoenix di vivere un altro viaggio fino alla finale, avrei firmato col sangue se mi avessero detto che avrei avuto l’opportunità di tornare a giocare per il titolo dopo cinque anni. Ogni viaggio è diverso, ogni gruppo è speciale, la consapevolezza di quanto sia difficile arrivarci ti spinge a fare tutto il possibile”.
Qui ha avuto un ruolo diverso rispetto alla finale 2021.
“Quando sono arrivato a Phoenix ero a capo del player development e abbiamo raggiunto un risultato inatteso con un progetto di ricostruzione in cui l’obiettivo era far migliorare e crescere i giovani. A New York sono assistente sia dell’attacco che della difesa, c’è lo scouting e comunque ancora il lavoro di campo coi giocatori, ma c’è molto più la parte tattica e tecnica”.
Quanto è speciale lavorare ai Knicks?
“Tutti conoscono il Garden, la storia dei Knicks, una delle organizzazioni più famose al mondo. Ma prima degli ultimi cinque anni con l’attuale gm stava facendo molta fatica, eppure l’amore per questa squadra colpisce fin dal primo giorno. Prima delle finale sono andato al derby di baseball tra Yankees e Mets, tra cui c’è rivalita, seppur non come nei derby nostrani: a un certo punto è partito il coro ‘Let’s go Knicks’ e ha unito tutti. Qui ti rendi conto che quello che si vede sui Knicks in tv e sui giornali è la realtà, un amore che percepisci solo quando sei qui. Anche fuori casa: ho avuto la fortuna di allenare ad Arizona, Gonzaga e Phoenix, ma non mi è mai capitato di andare in trasferta e trovare sempre 6-7mila tifosi dei Knicks… Ai playoff a Philadelphia c’era tutto il palazzetto per New York”.
Fois è il terzo allenatore italiano che ha lavorato in Nba dopo Messina e Scariolo, anche lui campione da assistente. Anche se in un altro momento di carriera. Fa effetto.
“Diciamo che abbasso la media! Devo solo ringraziare Ettore e Sergio per quello che hanno fatto in Nba, hanno avuto un percorso tale che ha aperto la strada a ragazzi come me. E anche io sento la responsabilità di dover essere quello che porta avanti il testimone di una ipotetica staffetta per altri ragazzi che arriveranno ora che la Nba diventa sempre più globale, e sempre più allenatori avranno questa opportunità. L’importante è essere seri e fare le cose nel modo giusto”.
Qualche giorno di riposo, pochi, e poi subito la Nazionale. Com’è andata la parte di lavoro azzurro dagli Stati Uniti?
“Lavoro in Nazionale dal 2017, sono passato attraverso 3-4 allenatori anche se con Meo Sacchetti non ho avuto la fortuna di lavorare negli anni del Covid. Abbiamo questo progetto di aiutare i ragazzi italo-americani che vogliono giocare con la Nazionale, penso di essere la persona giusta per aiutare loro e i ragazzi italiani che arriveranno a giocare al college, e ora col NIL sono sempre di più. Il ct Banchi non solo ha confermato questa struttura ma l’ha ampliata in modo lungimirante aggiungendo Filippo Messina, che è a Duke, con un lavoro di altissimo livello per dare supporto ai giocatori italiani che sono al college. Come federazione abbiamo la responsabilità di andare a vederli, sentirli, essere in contatto, trovarli. Quello che possiamo fare è darci la migliore opportunità in base a quello che possiamo offrire. Siamo stati sfortunati in alcune circostanze, ma ragazzi italo-americani ci sono, e non vogliamo perdere l’opportunità di farci conoscere, far vedere il nostro progetto e come passiamo le cose. I ragazzi italiani al college saranno una cinquantina, forse solo la Spagna ne ha più di noi”.
Prima da giocatore e ora da dirigente, in Nazionale ha ritrovato Datome con cui è cresciuto.
“Abbiamo un rapporto speciale. Adesso che ha famiglia, e le bambine, mi fa sentire vecchio: siamo amici da quando i nostri genitori erano amici, andavamo al campetto insieme però prima guardavamo in tv le partite Nba del sabato. Vedi come va la vita… Quello che ci accomuna è questo grande amore che abbiamo sempre avuto per il basket e di non volerci mai porre dei limiti, il grande insegnamento che abbiamo avuto da bambini grazie a suo padre che aveva la società di basket: era una delle pochissime squadre giovanili in cui sono passati allenatori greci, croati, di Serie A… Abbiamo visto il mondo del basket da 4-5 culture diverse. E’ una persona con cui è bello scambiare idee su come si possono fare meglio le cose: è uno meticoloso, prende ogni suo ruolo con grandissima serietà, in questa veste lavora 24 ore al giorno per 365 giorni, risponde a tutte le ore… Sempre sul pezzo”.
La vostra Santa Croce è stata campione d’Italia giovanile nel 2002. Che giocatore era Fois?
“Ero il peggiore, facevo impazzire il mio allenatore Pasini. Dicevo a tutti cosa fare e poi magari tiravo fuori un passaggio dietro la testa a metà campo sotto le gambe del difensore, ma mi arrabbiavo quando lo facevano gli altri”.
Cosa si porta dietro della Sardegna?
“Intanto che c’è un nuovo volo diretto New York-Olbia che mi farà sentire più vicino a casa. Più cresci e più ti rendi conto la Sardegna che posto speciale sia, come tutte le isole te la porti sempre dentro. Anche qui a New York quando incontri un sardo è la cosa più bella del mondo, come essere parenti: ti manca la Sardegna e cerchi di crearla coi rapporti umani e col cibo, come puoi”.
Com’è iniziata con gli Stati Uniti?
“Colpa della tv, da ragazzo ero affascinatissimo dal mondo del college basketball e ovviamente anche dalla Nba. Avevo questa idea di voler andare negli Stati Uniti e quando ho avuto l’opportunità sono andato a fare il quarto anno in scambio in Alabama: tutti andavano all’università e anche io ho fatto l’application per andare a Pepperdine. Dal 2006 in poi ho fatto due anni in Italia e quasi venti negli Stati Uniti”.
Sette tra Pepperdine e Gonzaga, poi Arizona: cosa le ha dato esperienza al college?
“È un grande amore il college basketball, lo sport americano che più di tutti va vicino a come intendiamo lo sport noi europei: un legame affettivo forte che non si rompe, i tifosi che lo sono da generazioni, quando alleni Arizona non rappresenti solo quella squadra ma Steve Kerr, Walton, Iguodala, Arenas, tutti gli alumni che sono stati lì, anche quelli che hanno 60 anni e continuano a tifarla. E poi c’è quest’idea, che col NIL si sta un po’ perdendo, di vedere ragazzi che arrivano a 18-19 anni e vanno via uomini per andare a giocare da professionisti da qualche altra parte, una dinamica che mi ha permesso di conoscere Sabonis, Hachimura, Mathurin o chi adesso ora fa la gente o altro. Al college sei parte della vita di questi ragazzi e devi aiutarli nella loro crescita”.
In questi mesi si è fatto anche il suo nome per venire ad allenare in Italia.
“Passo, parlarne adesso non ha senso”.
Intanto c’è un titolo Nba da festeggiare.








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