Fa segnare, fa sognare: Flick e il Barça uniti dal rifiuto della mediocrità

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epa12822043 FC Barcelona coach Hansi Flick (R) embraces Raphinha during the Spanish LaLiga soccer match between FC Barcelona and Sevilla FC, in Barcelona, Spain, 15 March 2026.  EPA/Enric Fontcuberta

a modo mio

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Un tedesco che sembra nato in Catalogna, la guida tecnica perfetta per un club che la storia ha eletto a luogo dell'incredibile. Era la mente dietro l'impresa del Mineirazo, ora è il geniale architetto di una rinascita blaugrana da 400 gol in 20 mesi

Marco Bucciantini

Opinionista

19 marzo - 20:09 - MILANO

C’è un biglietto per lo stadio che vale 4 gol: è quello per vedere il Barcellona di Hans-Dieter Flick. L’avversario non conta: il Barcellona segna circa 3 gol a partita - in qualunque competizione, Campionato, Champions, Coppa del Re - e ne subisce circa uno a partita. In breve: nei 20 mesi di gestione del tecnico tedesco, nelle partite del Barcellona si sono contati quasi 400 gol. Un dato enorme, felice, sproporzionato. Quella del Barcellona non è una vocazione “esteriore” ma una necessità quasi splendidamente accessoria a una rivendicazione più profonda. Volersi imporre come diversità nella terra e nel gioco del Real, come autonomia nella Spagna di Madrid, di un potere forte e superbo. Per riuscirci, nel tempo ha cercato idee (soprattutto da quella terra fertile che è l’Olanda), ospitato azzardi (anche Flick lo è), ha imposto l’esperimento più radicale della storia del calcio, quel governo rasoterra del mondo, un passaggino alla volta, tiqui-taca (o Xavi-Iniesta, se vogliamo chiamarlo per cognome) con l’intenzione di escludere l’avversario dalla partita, togliere agli altri l’utensile del mestiere: il pallone. Sequestrato per partite intere. Un manifesto al quale quel genio di Guardiola ha saputo dare una mistica immortale e che Messi ha trasformato in un messaggio ecumenico: in quegli anni è cominciato il turismo “calcistico”, con le compagnie aeree Low Cost che portavano in Catalogna gite di appassionati o solo curiosi che poi si riversavano al Camp Nou, per essere testimoni di questo che non era solo calcio: era un movimento culturale, un’esigenza politica, un rovesciamento sociale. Vedevano, e raccontavano. 

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