Europei pista, Viviani inizia da team manager: "Voglio vedere negli azzurri la mia ambizione"

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Scatta in Turchia la rassegna iridata e c'è anche il veronese, da team manager delle Nazioni strada e pista: "Tenere asta l'asticella delle aspettative". 

Ciro Scognamiglio

Giornalista

1 febbraio - 00:35 - MILANO

Che la Nazionale sia sempre stata la “sua” squadra, Elia Viviani non si è limitato a dirlo. Lo ha dimostrato nei fatti con una carriera esemplare che ha avuto l’apice in maglia azzurra, grazie all’oro olimpico di Rio 2016 nell’Omnium. Senza dimenticare il ruolo di portabandiera olimpico – con Jessica Rossi – a Tokyo nel 2021. E la chiusura in bellezza di fine ottobre, con il terzo titolo iridato in pista, nell’Eliminazione, a Santiago del Cile, è già storia: al veronese non piace star fermo e si è già calato nel ruolo di team manager strada e pista (oltre all’essere diventato ds di Ineos-Grenadiers) della Nazionale. Il Profeta ha le idee chiare su come dovrà essere la “sua” Italia. Da oggi, in Turchia, la prima rassegna internazionale, gli Europei su pista. 

Viviani, da dove cominciamo?

 “Da un primo concetto chiave: il supporto da dare agli atleti, soprattutto ai giovani”. 

Sul tema, che cosa ha in mente?

 “Abbiamo delle eccellenze già nel presente. Come Milan, uno dei velocisti migliori al mondo, e Ganna, una certezza per alcune classiche di primavera, senza dimenticare quanto siano forti pure in pista. E Pellizzari, più realtà che promessa. Sono solo alcuni esempi. Abbiamo poi una buona nidiata di talenti come Finn, ma pure Mattia Agostinacchio, che sarà il più giovane del World Tour. O Borgo, che da Under 23 ha vinto la Gand-Wevelgem. Ci dobbiamo prendere cura di loro, in modo da creare i campioni del domani. Non possiamo sperare che ci cadano dal cielo”. 

Come? 

“Ovvio che sono in mano alle rispettive squadre. Ma la Federazione non può limitarsi ad aspettare che i team li ‘concedano’ per le convocazioni in azzurro. Ok i Mondiali, ok gli Europei, ma dobbiamo avere grazie ai tecnici un contatto molto costante, frequente, con gli atleti, specie con i giovani. Mi piacerebbe che loro, se avessero un dubbio, una domanda, una idea… si confrontassero anche con il gruppo di lavoro azzurro. La Nazionale deve essere un punto di riferimento tutto l’anno, non solo quando chiama per una manifestazione”. 

E a quelli che sono già pronti? 

“Offrire il massimo supporto per raggiungere risultati importanti. Per farli rendere nel miglior modo possibile anche in Nazionale”.

 Dal 2012 al 2024, il ciclismo nel suo complesso ha quadruplicato le medaglie olimpiche: 1 a Londra, 4 a Parigi, passando per le 2 di Rio e le 3 di Tokyo. Porre l’asticella a 5 podi per Los Angeles 2028 è troppo? 

“Parigi è stata una ottima Olimpiade, normale puntare almeno a riconfermarsi. Sappiamo però che, se tra tre anni tutto andasse per il meglio, arrivare a 5 non è impossibile. Io ho sempre voluto alzare l’asticella…”. 

Tenere alte le ambizioni, non accontentarsi, essere sempre affamati: vale anche come concetto generale per le Nazionali?

 “Sì. E aggiungerei: non dare niente per scontato. Quando non si valorizza un risultato importante, e può esserlo anche un argento o bronzo, quello è il momento in cui si inizia a scendere. Ogni medaglia che prendiamo, in ogni manifestazione, deve avere valore. Ma deve averlo pure un quarto posto, se ci fa capire cosa va migliorato per andare sul podio la volta successiva. Conta ciò che esprime quella famosa citazione”. 

Quale? 

“Nello sport non si perde. O si vince o si impara. Quando si ‘accetta’, invece, la sconfitta, è finita. Tornando alla prospettiva Los Angeles: riconfermare le 4 medaglie sarebbe un successo, ma noi non dobbiamo essere fatti per accontentarci. E un’altra parola chiave sarà la programmazione a lungo termine. Che cosa faremo nel 2028… dobbiamo iniziare a saperlo adesso”. 

Sul fronte metodo di lavoro? 

“Trasmettere a tutti gli atleti la mia ambizione, quella che ho avuto io da atleta. Questa forse sarà l’obiettivo più grande, per me. Tutti, non solo gli atleti, dovranno averla. E pure avere un motivo per cui allenarsi e faticare ben chiaro in testa, non farlo per semplice senso del dovere. Da parte mia, ci sarà la massima chiarezza su questo. Insomma: i successi non devono arrivare per caso, ma come coronamento di un percorso. Individuale e di gruppo”. 

Lei conosce atleti di altissimo livello che non sono ciclisti, basti ricordare l’amicizia con Gregorio Paltrinieri: ha pensato ad interscambi con gli azzurri della bici, magari semplicemente per parlare e condividere le esperienze? 

“Ovviamente io non mi occupo del lato performance, e rispetterò sempre le competenze di chi è dedicato al settore. Però, sì: uno come Greg può essere un esempio nel senso che è un atleta modello, capace di trovare una motivazione sempre nuova per restare campione, vedi il passaggio alle acque libere. Penso pure a Jacobs a Tamberi. E non dimentico che un azzurro molto importante come Ciccone conosce benissimo Sinner e Giovinazzi. Tra poco riaprirà del tutto il velodromo di Montichiari e mi piacerebbe invitare i campioni-amici, diciamo così: per far vedere il nostro mondo, e portarli a esempio per i giovani”.

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