Duran, il "fiammifero" che infiammò Argentina e Italia

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guantoni

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Nato a Santa Fé da padre indio e madre calabrese, Ferrara lo adotta. Da italiano vince titoli su titoli, nell'arco di una carriera straordinaria

Paolo Marcacci

Collaboratore

29 aprile - 12:35 - MILANO

Si dice spesso che tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare; a lui quel divario non bastò: per dimostrare chi era e quale fosse il suo valore volle metterci di mezzo l'oceano. Sarà pure un inizio romantico, il nostro, ma non è del tutto giusto, perché Juan Carlos Duran aveva già dimostrato nella sua Argentina quanto valessero i suoi pugni e, ancora di più, quanto fosse nitido il suo stile. Eleganza nei movimenti e un procedere che non era riassumibile con la retta di un "su e giù" ma molto di più con i passi laterali, sempre ben dosati, di un "qui e lì", per svanire più nitidamente dal campo visivo dell'avversario. I suoi antagonisti avevano tutti un aspetto in comune, compresi quelli che erano riusciti a batterlo: quando affrontavano Carlos Duran apparivano tutti meno validi di quanto fossero in realtà. Andavano a vuoto quando tentavano di piazzare i colpi, di conseguenza accusavano frustrazione con il trascorrere delle riprese, quindi perdevano lucidità. Duran era il classico pugile che prima o poi ti faceva apparire lento anche se non lo eri. Oggi probabilmente verrebbe paragonato più a pugili tecnici come: Floyd Mayweather Jr. per la difesa e il timing (con le dovute proporzioni) oppure a Sergio Martínez per certi movimenti da scuola argentina. Siccome era dotato di potenza discreta ma non eccezionale, puntava sul dominio tecnico e sul logorio progressivo del suo antagonista, anche in virtù di una raffinatissima capacità: era diabolico nel "raffreddare” il match: clinch strategici, pause tattiche, poi un cambio di ritmo improvviso. 

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