Lo storico collaboratore dell’allenatore del Napoli: "Max mi ha lasciato a casa per ragioni di budget, ma zero polemiche. Adoro Picasso, dipingo ritratti, le mie tele hanno un discreto successo. Ma vorrei allenare, magari all'estero come mio figlio Lorenzo"
Aldo Dolcetti non è più tra i collaboratori di Massimiliano Allegri. Un mese fa l'ex centrocampista ha ricevuto una telefonata: “Max mi ha spiegato che al Napoli, per ragioni di budget, avrebbe dovuto lavorare con uno staff ridotto. Capisco le sue ragioni, non ho pensieri negativi, non farò un millimetro di polemica. Le cose finiscono e bisogna accettare che sia così”. Dolcetti e Allegri si conoscono da una vita. Primo contatto al Pisa in Serie A, nella stagione 1988-89, tutti e due centrocampisti di qualità. Dolcetti più avanti nel cammino, già titolare. Presidente Romeo Anconetani, personaggio naif che di calcio capiva. In quel Pisa c’era Carlos Dunga e un paio di stagioni dopo sarebbe arrivato Diego Simeone.
Dolcetti, quali erano i suoi compiti nel team Allegri?
“Ho cominciato con lui alla Juve, nel 2014. Per cinque anni sono stato il suo primo collaboratore sul campo. Dal 2021, dalla seconda volta alla Juve, sono diventato il coordinatore delle varie attività, inclusa l’area video e analisi. Nel primo quinquennio alla Juventus abbiamo allenato squadre di altissimo livello, grazie anche alla società, alla lungimiranza del presidente Andrea Agnelli. Quando siamo ritornati, sia alla Juve sia al Milan, le squadre non erano così buone come sostenevano i tifosi e la critica. Alla Juve è successo quel che è successo, al Milan abbiamo trovato una società in cerca di stabilità”.
Come è stato possibile che il vostro ultimo Milan abbia mancato la qualificazione Champions?
“Ci siamo ritrovati a dover vincere per forza le ultime due partite, una cosa inammissibile. Siamo stati a lungo in alto, abbiamo fatto un bel lavoro, ma lo abbiamo distribuito in malo modo. Se nelle ultime dieci giornate perdi per sei volte, vuol dire che qualcosa piano piano è sfuggito”.
Che tipo di allenatore è Allegri?
“Un grandissimo, un top internazionale, anche se all’estero non ha mai voluto allenare. Capisce i giocatori, sa metterli nelle migliori condizioni per farli rendere al massimo. Non si pone davanti a loro, non costruisce un modello di gioco in cui imporre qualcosa. Lascia libertà espressiva. Il suo calcio è libero, aperto e pragmatico. Punta a vincere e a rivincere. Io penso che i problemi siano iniziati con la stupida contrapposizione tra giochisti e risultatisti, montata come una specie di guerra tra il bene e il male, una questione ideologica”.
Allegri è considerato il re dei risultatisti.
“Max non vuole fare spettacolo per lo spettacolo, e ha ragione. Gli rimprovero soltanto un difetto di comunicazione. Non è riuscito a 'vendere' nel modo giusto i suoi successi, le sue imprese. Ha sempre minimizzato, quando avrebbe dovuto fare un po’ di marketing della vittoria. Sul piano tecnico, tra Allegri e Ancelotti non ci sono tutte queste differenze, ma loro vengono percepiti in modo diverso. A Max è stata appiccicata una etichetta scorretta ed è difficile togliersela di dosso”.
Dolcetti, ora lei che cosa farà?
“Sono sul mercato, metto a disposizione la mia esperienza per un ruolo di coordinamento di uno staff di alto livello, che sia un club o una nazionale. In questi anni ho maturato una certa competenza sul come muoversi dentro un gruppo che esprime varie professionalità. C’è bisogno di un ponte tra le varie componenti: giocatori, tecnici, società, settore giovanile. Bisogna tenere insieme tante anime diverse, evitare che i ruoli si sovrappongano, serve un approccio integrato. L’area di analisi, video e dati, è cresciuta in maniera esponenziale e va bilanciata. Credo di aver maturato una certa competenza in questa posizione di coordinatore, ma sono aperto a qualunque proposta”.
Allenerebbe una prima squadra?
“Sì, l’ho già fatto. Alla Honved, in Ungheria. Alla Spal, in C, playoff sfuggiti per un solo punto. Forse ritornerei all’estero. Mio figlio Lorenzo, 31 anni, ha il patentino Uefa e ha lavorato come collaboratore in molte squadre straniere: al Portsmouth, all’Eintracht, al Celje in Slovenia, al Kallithea in Grecia”.
Lei che idea di calcio ha?
“La tecnica, senza l’intelligenza e la personalità, serve a poco. Amo i giocatori che vedono il gioco con due-tre secondi di anticipo. Tra Juve e Milan, ne ho avuti: Pirlo, Pjanic, Modric.... La componente mentale è essenziale, perché oggi la differenza la fa il modo in cui affronti i momenti difficili”.
Dolcetti calciatore. Giampiero Boniperti la stimava.
“Sono nato a Salò, Brescia, ma sono cresciuto a Trino, Vercelli: lì mi scoprì Cestmir Vycpalek e mi portò nel settore giovanile della Juve. Sì, Boniperti credeva in me. Mi spedì al Novara per farmi le ossa, mi fece regalare una Fiat Uno turbodiesel grigia, ancora me la ricordo. Poi mi diede in prestito al Pisa e insomma, alla Juve non sono più tornato, forse perché la concorrenza a centrocampo era elevata, non lo so, però lo stile Juve è qualcosa che ancora avverto. Ero un rifinitore, facevo segnare gli altri, per esempio Lamberto Piovanelli”.
Al Pisa c’era Diego Simeone.
“Eravamo vicini di posto in spogliatoio. Aveva scaltrezza e una determinazione pazzesca, la stessa di oggi da allenatore all’Atletico. Voleva sapere tutto. Un giorno mi chiese: 'In Italia i tunnel piacciono?'. Gli risposi: ‘Dipende, se sono utili sì’”.
Lei è anche un pittore, ha fatto tante mostre.
“C’è stato un periodo in cui dipingevo camere d’hotel, questi non luoghi in cui noi del calcio passiamo molto tempo. Ora faccio ritratti di persone in cui un occhio è coperto da foglie: 'La natura vince' è il messaggio. Le mie tele hanno un discreto mercato”.
I suoi pittori preferiti?
“Pablo Picasso, per la sua poliedricità, per la tensione continua al cambiamento: realismo, cubismo, il periodo rosa, il periodo blu... Francis Bacon, per la costruzione degli spazi e per la sua intensità interiore. E, tra i viventi, la dominicana Firelei Baez, per come mette in relazione l’uomo e la natura”.










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