Diogo Jota 27° uomo del Portogallo al Mondiale, in campo tutti col braccialetto col suo nome

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Il nazionale morto un anno continua a essere nella testa di tutti. Il Primo ministro ha regalato a tutti il braccialetto. Martinez: "Diogo è la nostra luce, è parte di noi"

“Ogni federazione affiliata deve presentare una lista definitiva composta da un minimo di 23 e un massimo di 26 giocatori”. Mah, mica vero. Il Portogallo continua a non considerare il regolamento della Fifa e a ragionare come se al Mondiale avesse 27 giocatori. Fa bene perché il ventisettesimo è Diogo Jota, che è morto in un incidente stradale il 3 luglio di un anno fa ma continua a essere nella testa di tutti. Vitinha, che in silenzio sta diventando uno dei leader di questo Portogallo, in conferenza stampa ha mostrato un braccialetto rosso e verde, i colori della bandiera, con i nomi di tutti i convocati più uno. E ha spiegato: “Quando siamo andati a incontrare il primo ministro Montenegro, ci ha regalato questo braccialetto. Si è assicurato che potessimo indossarlo anche in campo e ci ha lasciato scegliere se utilizzarlo o meno. Abbiamo deciso di usarlo in partita”. 

iL BRACCIALETTO DEL PREMIER

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 Diogo è la grande anima che guida il Portogallo. Per chi ci crede, dall’alto. Per tutti, da dentro perché i giocatori ne parlano continuamente, ripensano a lui, si fanno ispirare. Il suo numero 21, che doveva andare in eredità a qualcuno perché al Mondiale i numeri non si ritirano, è passato naturalmente a Ruben Neves, il migliore amico di Diogo… ed è scritto che prima o poi ci sarà un momento in cui Ruben diventerà protagonista e tutti guarderanno quel 21 con altri occhi. Intanto, all’arrivo della squadra negli Stati Uniti, i cameraman hanno inquadrato Matheus Nunes che scendeva dall’aereo con un libro sotto braccio. Era la biografia di Diogo. 

MARTINEZ SU JOTA

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 “Diogo è la nostra luce”, ha detto Roberto Martinez, catalano ma commissario tecnico del Portogallo. “Quello che voleva fare era vincere trofei, vincere il Mondiale. È stato una grande parte di quello che abbiamo costruito in questo spogliatoio. Ora è un grande esempio per noi, perché Diogo credeva in tutto quello che è possibile. A noi dà un po’ di energia supplementare e di luce, nei momenti difficili che capitano sempre dentro una squadra di calcio. Dobbiamo usare la sua ispirazione fino alla fine, perché lui è parte di noi”. Lo è stato per 49 partite e 14 gol segnati con la maglia rossa. 

ROBERTSON E LE LACRIME

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 Questa storia però esce dal ritiro del Portogallo a Palm Beach e va in giro per il Centro America, perché un altro uomo pensa a Diogo tutti i giorni. Andy Robertson, il capitano della Scozia, è stato compagno di Jota al Liverpool e molto di più: amico. “Oggi non riuscivo a togliermi dalla testa il mio amico Diogo Jota”, ha dichiarato il giorno in cui la Scozia si è qualificata. E ancora: “Sarà con me alla prima partita, alla seconda, alla terza e spero anche oltre. I ricordi tornano sempre: a volte ci fanno ridere, a volte ci fanno piangere”. Rute Cardoso, che si era sposata con Diogo pochi giorni prima dell’incidente in auto in Spagna, gli ha scritto una lettera che fa venire voglia di piangere: “Andy, Diogo parlava spesso di te. Dell’amicizia che avete costruito, delle battaglie combattute insieme, delle sfide, delle risate, delle conversazioni sul calcio… e sui sogni. Il Mondiale era uno di quei sogni. Quando ho ascoltato le tue parole e ho saputo ciò che hai provato nel giorno in cui la Scozia si è qualificata al Mondiale, ho capito che Diogo non ha mai davvero lasciato il campo. In campo non sarai solo”. Non è forse quella, la frase simbolo del Liverpool?

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