Il campione dei massimi è stato soprattutto un simbolo, un uomo che per quello che ha detto, fatto e soprattutto scelto, è andato oltre i confini del suo sport. Ebbe il potere e la forza di non limitarsi a scandalizzare le varie facce dell'America. E ha vinto
Troppo grande per un solo dio: ci verrebbe da titolare così per onorare la ricorrenza dei 10 anni senza Muhammad Ali, che era nato Cassius Clay e che da bambino chiedeva a suo padre, imbianchino che, se fosse nato bianco, si sarebbe visto riconosciuto un certo talento da pittore, perché nelle tele a tema sacro che i committenti bianchi gli commissionavano Gesù venisse rappresentato sempre e soltanto con i capelli biondi lisci e gli occhi chiari. Ogni dettaglio nella sua biografia sembra suggerirci che la maggior parte delle cose che ha detto, fatto e soprattutto scelto vanno ben oltre il confine del ring e, soprattutto, ben al di là della consueta dialettica tra bianchi e neri in un Paese come gli USA degli anni Sessanta e Settanta, dove in parecchi Stati, compreso il Kentucky dove lui era nato (Louisville, 17 gennaio 1942), la segregazione razziale era punteggiatura quotidiana, nella nazione che pretendeva di opporsi al totalitarismo sovietico come terra delle libertà civili e delle occasioni a disposizione di tutti gli uomini meritevoli.








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