Dempsey: "McKennie è un gigante, quando è in difficoltà si rialza sempre. Anche alla Juve..."

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L'ex stella del calcio americano: "Pochettino ha fatto un lavoro eccezionale, ha restituito carattere e fiducia alla squadra. Possiamo fare un percorso storico"

Clint Dempsey è uno di quelli che ha fatto a cazzotti con la vita e ha vinto all’ultimo round. Il sogno americano è negli occhi profondi di una delle icone del soccer “made in Usa”: 141 presenze in nazionale, una finale di Europa League persa col Fulham, tre partecipazioni ai mondiali, tre Gold Cup vinte. Cresciuto a Nacogdoches, a due ore da Houston, ha vissuto l’adolescenza in una roulotte. Quando aveva 12 anni ha visto morire sua sorella per un aneurisma. Prima di sfondare ha segnato a raffica nei tornei amatoriali del Texas. A Houston è un’icona. Lo incontriamo nella fan zone, insieme ai tifosi e a qualche cronista, per parlare di Mondiale, di Pulisic, di Mckennie e di quegli Usa del pallone che stanno stupendo tutti. 

Il Mondiale è anche nel suo Texas: emozioni? 

“Un orgoglio. Ricordo il 1994 e le partite a Dallas. Eventi così ispirano i ragazzi a inseguire i propri sogni, come facevo io”. 

Gli Usa possono vincere? 

“Sono rimasto colpito dal rendimento. Hanno gestito bene la pressione di un Paese. Il percorso può essere storico, sì”. 

Mckennie, texano come lei, l’ha stupita? 

“Lui, Pulisic e Balogun sono quelli che mi hanno colpito di più. Cito anche Ricardo Pepi, di El Paso. Nel 2022 non fu convocato, ma è tornato più forte. Tornando a Weston, sta disputando un torneo gigantesco. E lo ammiro per un motivo”. 

Quale? 

“Ogni volta che sembra in difficoltà riesce a reagire. C’è stato un periodo alla Juve in cui sembrava fuori dai piani, ma si è ritagliato il suo spazio. È un combattente, un guerriero, non si arrende mai: del resto, i texani doc sono così”. 

Pulisic è il leader tecnico: impressioni? 

“Intanto spero che torni il prima possibile: non esistono gli Stati Uniti senza un giocatore come lui, trascinatore e leader. Ho seguito la sua stagione al Milan. È stato il migliore per distacco in una situazione molto complicata”. 

Cosa le piace di Pochettino, invece? 

“Prima del Mondiale era stato criticato. Per ora, il suo voto è A+, cioè il massimo. Ha fatto un lavoro eccezionale”. 

Qual è stato l’aspetto che l’ha colpita di più? 

“Ha restituito carattere e fiducia alla squadra, coinvolgendo il cosiddetto 'dodicesimo uomo', cioè i tifosi. Cantano, ballano, sono tutti uniti. Un po’ come quando c’eravamo io, Donovan, Altidore e gli altri, mi emozionano”. 

E lei come sta vivendo il Mondiale da commentatore? 

“Lo adoro. È bello vedere i tedeschi festeggiare coi coreani, i messicani con i giapponesi, gli argentini con gli olandesi. In un’epoca in cui si cerca sempre di dividere le persone, questo evento dimostra che è meglio celebrare le differenze e ricordare quante cose abbiamo in comune. L’essenza di una Coppa del mondo è questa”. 

Il giocatore che l’ha colpita di più? 

“Beh, impossibile non citare Messi. È unico, è un eletto del calcio. Si fa fatica a raccontarlo perché ogni volta ti ricorda che è il migliore di tutti. Ha battuto il record di gol di Klose e ha riscritto la storia. Quando gioca il mondo si paralizza, dagli Stati Uniti alla sua Argentina. Se continua a tenere questo livello, per me la favorita è proprio l’Albiceleste”.

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