De Leo: "Mihajlovic ci insegnava il valore della fragilità. E quando Eto'o gli presentò due mogli..."

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L’attuale ct di Malta è stato il braccio destro di Sinisa: "A pranzo si sedeva di fianco a Orsolini e gli fregava il cibo, quando Ljajic si addormentava in riunione gli lanciava il telecomando. E un giorno, con la malattia che avanzava, mi disse che non aveva più nemmeno la forza per piangere"

Francesco Pietrella

Giornalista

29 aprile - 09:19 - MILANO

Il motto che l’ha accolto sull’isola ne racconta il percorso: “Virtute et Constantia”. “Coraggio e costanza”. Lo dicono a Malta, la nuova casa di Emilio De Leo, c.t. della nazionale maltese cresciuto ascoltando i consigli di Sinisa Mihajlovic. “Ho imboccato la terza via della mia vita”, ci racconta. Nella prima, lontana vent’anni, studiava giurisprudenza e parlava di tattica su Internet. Nella seconda, più recente, ha accompagnato Sinisa per dieci anni in tutta Italia. Ora prosegue da solo. 

Prima di sbarcare a Malta è stato fermo tre anni: come mai? 

“Avevo bisogno di prendermi del tempo. Nel frattempo, ho avuto dozzine di proposte, sia come primo sia come vice. Kolarov con la Serbia, per dirne uno. Poi Stati Uniti, Messico, Belgio, ma a me dei soldi non è mai importato. Qui ho trovato il progetto adatto: sono allenatore e direttore tecnico”. 

La sua è una storia di gavetta: dove il primo passo? 

“A Cava de Tirreni, nella polisportiva del Liceo Marco Galdi. Allenavo la squadra di atletica leggera e studiavo giurisprudenza. Era il 2001. Poi un amico mi chiese di guidare i ragazzi della scuola. Lì è iniziato tutto”. 

Quando la svolta? 

“Nel 2006-07, quando vinsi lo scudetto Allievi con la Cavese con 24 vittorie su 24. Venni premiato insieme ad Andrea Stramaccioni”. 

È lì che ha iniziato a parlare di tattica sul web? 

“Sì, su 'allenatore.net'. Preparavo dei report e li pubblicavo su YouTube. Ma l’occasione della vita arrivò nel 2011-12, con l’Aquilotto Cavese, quando vincemmo la Terza categoria con 172 gol segnati e solo sei subiti. Ai tempi inviavo alle società delle buste della speranza con i miei report. Fausto Salsano, collaboratore di Mancini, rimase colpito e iniziai a lavorare con loro. Cominciai col preparare report sui singoli: Balotelli, Aguero, Silva. Tutto non retribuito. Fausto si faceva carico delle spese legate ai viaggi”. 

E Sinisa quando entra nella storia? 

“Già nel 2008 collaboricchiavo con lui. Inviavo dei report al suo staff, ma senza parlarci. A Mihajlovic mi lega anche un aneddoto dell’infanzia. Nel 1998 mi scattai una foto con lui a Vigo di Fassa, sede del ritiro della Lazio. Nel 2012 Salsano mi disse che Sinisa avrebbe voluto incontrarmi”. 

Com’è iniziato il vostro rapporto? 

“Andavo a Roma una volta al mese. Mi commissionava dei lavori. Ricordo la prima riunione: io timido, col computer in mano. Sembravo un ragioniere. Lui in infradito e pantalone corto. Si sdraiò sul divano e mi intimò di stare sereno. Nel 2012, quando divenne c.t. della Serbia, mi chiamò con lui per la prima volta. E diventai il suo braccio destro”. 

Alla Samp dopo un ko per 3-0 fece vedere la partita tre volte. Eto’o gli presentò due mogli...

I giocatori a cui è rimasto più legato? 

“Belotti e Ljaijc a Torino, De Silvestri e Orsolini a Bologna, poi Soriano, Okaka, quelli della Serbia. Su ognuno di loro potrei scrivere un libro legato a storie e risate”. 

Ljajic, ad esempio? 

“Sessione di analisi video. Adem sonnecchiava in fondo. Sinisa gli lanciò un telecomando. Lui riuscì a schivarlo. Litigava solo con i suoi figliocci”. 

Riccardo Orsolini? 

“Il gatto e la volpe. Si volevano un bene dell’anima. Il bello è che all’inizio Orso non giocava. A tavola si sedevano vicini. Sinisa gli rubava il cibo dal piatto, Orso rispondeva: 'Mi vuoi bene ma mica mi fai giocare...'”. 

E Samuel Eto’o? 

“Aveva una macchina diversa al giorno, disertava gli allenamenti. Presentò a Sinisa una donna dicendo fosse sua moglie. Qualche giorno dopo gliene presentò un’altra... sostenendo lo stesso”. 

Una sfuriata da ricordare? 

“Alla Samp, dopo un ko per 3-0 con la Lazio. Per tre giorni fece rivedere alla squadra tutta la partita. Nessuno poteva uscire. Al quarto giorno Palombo andò a parlargli dicendogli che avevano capito”. 

L’esperienza più amara? 

“Il Milan. Alla prima riunione passò in rassegna la storia del Milan alla presenza di Galliani e Berlusconi, parlando dei giocatori degli anni 30 e 40. Lanciare Gigio fu un’idea sua. L’esonero fu immeritato, incomprensibile. Fa ancora male. Eravamo quinti e in finale di Coppa Italia. Gli fu tolta la possibilità di vincere un trofeo”. 

Il motivo? 

“Forse Sinisa dava fastidio. E mi fermo qui”. 

A quali squadre è stato vicino negli anni? 

“La Lazio più volte, il Napoli prima di Sarri, anche la Juventus”. 

Ma la favola più bella è stata Bologna. L’ultima tappa, le salvezze, il dolore. Quando avete saputo della malattia? 

“Ce lo disse Bigon in ritiro. Era da un po’ che Sinisa mancava agli allenamenti, ci disse di avere la febbre, cose così. Poi, un pomeriggio, lo comunicò in videochiamata. In quel momento mi si strinse il cuore”. 

Lui era lì, più forte di tutti, che si affacciava dalla finestra dell’ospedale per strigliare la squadra. Successe dopo un Brescia-Bologna

Era lui a trasmettervi la forza? 

“Ti sentivi piccolo piccolo, quasi a disagio, ti facevi prendere dall’emozione, dalla compassione, e invece lui era lì, più forte di tutti, che si affacciava dalla finestra dell’ospedale per strigliare la squadra. Successe dopo un Brescia-Bologna vinto in rimonta. Disse che nel primo tempo avevano fatto schifo. Sinisa era così, un combattente”. 

L’ultima immagine che ha di lui? 

“Dopo l’ultima partita, Spezia-Bologna 2-2, prima dell’esonero. La curva di casa lo omaggiò. Io ero dietro di lui e mi fermai per lasciargli prendere l’applauso. Rallentò il passò, ringraziò, si commosse”. 

Quand’è che l’ha visto fragile? 

“Una volta ci disse di essere arrivato a un punto in cui non aveva più la forza di piangere. È sempre stato convinto di venirne fuori, almeno fino alla ricaduta. Ci ha sempre trasmesso il concetto che l’essere fragili non è una debolezza, ma un valore. L’ho visto piangere diverse volte, anche quando la malattia era distante anni luce. Alla Samp, al Milan, al Toro”. 

Che lezione le ha lasciato? 

“Che ciò di cui hai bisogno è dentro di te. A mia figlia racconterò che Sinisa se n’è andato da vincitore, non da sconfitto”.

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