L’ex tecnico granata: "La squadra segue D’Aversa. Nikola da trequartista si esalta e lancia le punte"
Otto partite per vincere e per osservare, per consolidarsi e per sperimentare, per iniziare a costruire il futuro del Torino. Nel settembre 2005, Gianni De Biasi è diventato il primo tecnico nella gestione del presidente Urbano Cairo. Resta legatissimo all’ambiente granata, segue con attenzione le vicende del club ed è quindi la persona giusta per leggere il momento della squadra, che dal 23 febbraio, sotto la guida di Roberto D’Aversa, sembra aver trovato un diverso approccio. “Sicuramente i risultati sono cambiati in maniera importante. Ora c’è da fare una valutazione sul gruppo. Il tema è capirne il valore, se può fare di più oppure se ciò che è stato ottenuto nell’ultimo mese sia in linea con le sue potenzialità”.
Lei che idea si è fatto?
“Ho visto il Torino dal vivo una sola volta, a Verona, e devo dire che nonostante la vittoria non mi aveva impressionato. Mi pareva di vedere un potenziale che però non veniva sfruttato fino in fondo. Con questo ovviamente non voglio dire che il demerito fosse di Marco Baroni, non voglio certo gettargli la croce addosso. Nelle ultime quattro partite ho visto delle buone prestazioni. Contro la Lazio e il Parma sono arrivate due vittorie, poi è 'normale' che tu possa perdere quando giochi contro il Napoli e contro il Milan”.
Le punte hanno iniziato a segnare con continuità: in quattro gare, tre reti di Simeone e due di Zapata.
“Di base credo che gli attaccanti, come gran parte dei calciatori, abbiano dei picchi più o meno positivi e vivano anche momenti in cui le cose non girano bene nemmeno se hanno tante occasioni davanti alla porta. Mi sembra comunque che la squadra creda un po’ di più in quello che sta cercando, in ciò che sta chiedendo l’allenatore”.
Se c’è un filo rosso che mette insieme la stagione granata è quello che porta alle prestazioni di Nikola Vlasic.
“Ogni volta l’ho visto giocare a un livello superiore. Come all’inizio della scorsa stagione Duvan Zapata era stato l’artefice di quella partenza sprint, prima che il suo infortunio si facesse sentire, allo stesso modo Nikola in questa annata ha dimostrato di essere un calciatore di qualità, importante nell’economia di gioco del Toro”.
A centrocampo si è passati da un assetto a tre a una mediana a due, con Gineitis fisso e Prati e Ilkhan ad alternarsi come play. Come legge questa scelta?
“Di base c’è il tentativo da parte di D’Aversa di trovare una collocazione ancora più offensiva a Vlasic, per farlo giocare dietro le punte. Gineitis sta giocando un buonissimo campionato, con la sua fisicità dà una bella mano in mezzo al campo. La cosa fondamentale, però, è trovare il modo di sfruttare al massimo le due punte che si alternano lì davanti, che siano Simeone e Zapata o che invece trovi spazio Adams”.
Vedrebbe Casadei schierato come trequartista?
“Non so se abbia trovato una sua collocazione precisa nel campo, se riesca a far vedere quelle che sono le sue qualità. Da fuori è difficile capire come faccia a non giocare. Evidentemente ci sono dei motivi”.
D’Aversa in queste 8 giornate può conoscere lo spogliatoio, farsi un’idea sulle varie situazioni. Questo lo aiuterà per un’eventuale pianificazione del futuro"
E poi c’è il tema della difesa, che subisce tanti gol ma che in questo campionato ha anche ottenuto dieci clean sheet, in media uno ogni tre partite.
“Questo paradosso delle tante partite senza subire reti è strano, probabilmente si spiega con il fatto che la squadra, quando sta perdendo, avrebbe la tendenza a mollare le ancore e a perdersi in mezzo al mare. È un tema di tenuta più psicologica che fisica”.
Come si possono sfruttare queste ultime otto partite di campionato?
“Cercherei di fare più punti possibile, anche per capire di che pasta è fatta la squadra. Farei delle valutazioni sui singoli per capire su chi si potrà contare per la prossima stagione. Questa è l’opportunità che D’Aversa in questo momento ha in mano: può conoscere lo spogliatoio, farsi un’idea sulle varie situazioni. Questo lo aiuterà per un’eventuale pianificazione del futuro”.
A lei era mai capitato di avere un mandato per pochi mesi? Quali sono i vantaggi e quali gli svantaggi?
“Mi era capitato di andare via e di ritornare, ma di essere chiamato per un periodo così breve no. Non è facilissimo, perché prima di tutto bisogna entrare nelle teste dei calciatori, trovare il modo giusto per farsi apprezzare e seguire nel proprio modo di intendere il calcio, sperando che i risultati siano favorevoli. Cerchi di lavorare un po’ su tutto, testa e gambe, e di capire quali sono le situazioni migliori che puoi sfruttare per raggiungere gli obiettivi. Tirare una linea però è anche un vantaggio, dici 'da questo momento facciamo in questo modo' ed è un buon modo per approcciare la squadra: mettere una pietra sopra a quello che è stato, concentrarsi solo su ciò che si farà”.








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