"Dalle tragedie familiari ai sogni fino a quel maledetto pomeriggio, chi era il mio amico Piermario Morosini"

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Parla Romina Contarato, presidente dell'associazione a lui dedicata. Insieme ad altri volontari tiene vivo il ricordo di Piermario, morto in campo durante Pescara-Livorno il 14 aprile 2012: “È sempre con noi. Abbiamo organizzato una cena di beneficenza. Il ricavato sarà utilizzato per formare nuovi istruttori di primo soccorso” 

Oscar Maresca

14 aprile - 10:41 - MILANO

Il cuore di Piermario Morosini ha smesso di battere alle 16.45 del 14 aprile 2012. All’Adriatico di Pescara, per la partita contro il Livorno, quel maledetto sabato pomeriggio il tempo si è fermato al minuto 31: “Ero in tribuna, l’ho visto cadere, poi provare a rialzarsi. Non capivo cosa stesse accadendo. Poco dopo, tutti i giocatori dalla panchina sono corsi verso di lui. Ricordo le urla di paura assordanti dei ventimila tifosi allo stadio, le lacrime di compagni e avversari mentre i medici provavano a rianimarlo. È stato straziante”. Romina Contarato era una delle migliori amiche del centrocampista morto all’età di 25 anni per un arresto cardiaco in campo. Oggi è presidente dell’associazione a lui dedicata: “Sono stata la prima persona ad accoglierlo quando si è trasferito al Vicenza nel 2007. L’ho aiutato nella scelta dell’appartamento in città, spesso ci incrociavamo insieme al resto del gruppo. Era un ragazzo timido, riservato, ma sempre sorridente. Il suo entusiasmo illuminava le nostre vite”. Amici e volontari tengono vivo il suo ricordo a 14 anni dalla scomparsa: “Abbiamo organizzato una cena di beneficenza. Il ricavato sarà utilizzato per formare nuovi istruttori di primo soccorso. Da qualche anno organizziamo corsi nelle scuole per educare i più giovani a saper agire in caso di necessità”. 

L’obiettivo è spiegare come si salva una vita, nel ricordo di Morosini. 

“Saper effettuare un massaggio cardiaco, così come utilizzare in maniera corretta il defibrillatore, è fondamentale. Piermario non si è salvato, ora proviamo a evitare altre tragedie. Ai ragazzi dico sempre: ‘Non illudetevi di riuscire a portare a casa il risultato, ma provateci con coraggio’”. 

Come ha fatto il giovane Francesco. 

“Il nostro progetto di prevenzione si chiama ‘Un assist alla vita’. Con l’Associazione Morosini nell’ultimo anno abbiamo incontrato oltre 8000 studenti in 32 istituti scolastici. Francesco Matteazzi frequentava la quinta liceo al Quadri di Vicenza. Ha seguito il corso e dopo pochi mesi è stato costretto a intervenire per rianimare suo padre Luca colpito da un malore. È riuscito a mantenere la calma e gli ha salvato la vita”. 

Purtroppo, la storia di Morosini ha avuto un finale diverso. 

“I dottori di Pescara e Livorno, insieme ai medici del 118, hanno provato a rianimarlo con manovre manuali. Il defibrillatore c’era, ma in quei minuti concitati nessuno lo ha utilizzato. Si parlò anche dell’ingresso tardivo in campo dell’ambulanza. II mio unico rammarico è che a Piermario non è stata data una possibilità”. 

Poteva essere salvato? 

“La legge Balduzzi, che obbliga la presenza del defibrillatore e di personale addestrato durante l’attività sportiva, è entrata in vigore soltanto dopo la sua morte. Si è svolto un lungo processo concluso con l’assoluzione di tutti gli imputati. In quello stadio non ci sono mai più tornata”.

Grazie all’impiego del defibrillatore però sono stati evitati nuovi casi Morosini. 

“Da Eriksen a Bove, ma non solo. Soltanto tra Vicenza e provincia abbiamo registrato nove casi recenti. Nel 2023, durante un torneo amichevole estivo sul campo di Marola, Luca Cracco si è accasciato al suolo per un infarto ed è stato salvato dal suo avversario, Pietro Pizzeghello, che gli ha praticato un massaggio cardiaco. Adesso entrambi sono istruttori di primo soccorso e volontari dell’associazione”.

La morte di Morosini resta un duro colpo per tutti. 

“Quel giorno ho aspettato all’esterno dello stadio, poco dopo ci hanno telefonato dall’ospedale per dirci che non ce l’aveva fatta. Al funerale erano presenti oltre 10 mila tifosi da tutta Italia. Ligabue era il suo cantante preferito, in chiesa abbiamo intonato ‘Non è tempo per noi’: una delle canzoni che amava ascoltare”. 

Che ragazzo era? 

“Piermario aveva soltanto noi: la fidanzata Anna, il migliore amico Vittorio e il gruppo di amici. La mamma e il papà sono morti quando era adolescente, suo fratello si è tolto la vita dopo la disgrazia dei genitori. La sorella è affetta da una grave disabilità. Eppure non si è mai lamentato, sorrideva e diceva di essere fortunato: era riuscito a diventare un calciatore. Pure a indossare la maglia dell’Italia U21. Aveva ancora tanti sogni”. 

Cosa racconta chi era in campo quel 14 aprile 2012? 

“Simone Salviato era uno dei suoi compagni di squadra al Livorno. Ripete sempre che Piermario amava giocare con la pioggia. Quando si è accasciato era nuvoloso, poi tutti sono tornati negli spogliatoi. In quel momento ha cominciato a diluviare”. 

Dopo la morte di Morosini cos’è cambiato nel calcio? 

“C’è più consapevolezza, ma non basta. Con l’autopsia si scoprì che era affetto da cardiomiopatia aritmogena: una malattia genetica. Ecco perché servirebbero visite più approfondite. La prevenzione è il primo strumento salvavita”. 

A 14 anni dalla scomparsa, il suo ricordo non è svanito. 

“Insieme al Comune di Vicenza vorremmo intitolare a Morosini un parco pubblico. Magari anche recuperare l’ex centro tecnico del club, ormai in disuso, a lui dedicato. Sono sicura che da lassù, Piermario farebbe un sorriso”.

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