Gli incontri del presidente Usa, i tweet di Trudeau e le partite di Lukashenko: quando l’hockey su ghiaccio diventa geopolitica
Forza, fisicità e machismo, ma anche equilibrio e strategia: è l’hockey su ghiaccio, ma potrebbe essere anche la politica internazionale di oggi, tra guerre e dazi, invasioni e minacce. Alla fine Donald Trump non sarà a Milano per la finale del torneo olimpico maschile tra Stati Uniti d’America e Canada, eppure l’hockey rimane uno degli elementi di soft power preferiti per i leader di tutto il mondo, soprattutto quelli che strizzano l'occhio a una deriva autoritaria del potere. “Con tasse molto più basse e di gran lunga maggior sicurezza, un giorno, forse presto, il Canada diventerà il nostro 51esimo Stato”, aveva provocato un anno fa il presidente americano alla vigilia del 4 Nations Face-Off tra Usa, Canada, Svezia e Finlandia. Risultato finale: una scazzottata a tutto campo dopo appena nove secondi di gioco nella partita del girone e la vittoria dei canadesi all’overtime per 3-2. “Non puoi prenderti il nostro Paese, e non puoi nemmeno prenderti il nostro gioco”, la pronta risposta di Justin Trudeau su X, social network un tempo caro a The Donald.
trump e l'hockey
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L’hockey su ghiaccio è uno sport che piace a Trump, anche se come per molte altre cose non è chiaro se l’interesse sia sincero o di convenienza. Per esempio: per che squadra tifa? Nel 1994, anno dell’ultimo trionfo dei New York Rangers nella Stanley Cup, il futuro presidente degli Stati Uniti fu intervistato al Madison Square Garden con la seconda moglie Marla Maples e a un giornalista canadese (la rivalità regionale torna sempre…) fece i complimenti per le parate del portiere dei Vancouver Canucks Kirk McLean, decisivo per portare la serie fino a gara-7: all’epoca sembravano le parole di un appassionato coinvolto nella sfida emotivamente e anche economicamente (il New York Times, qualche giorno dopo, scrisse che Trump aveva i biglietti per “il miglior posto in tutto il palazzetto”). Nel 2019, però, ospitò alla Casa Bianca i Washington Capitals vincitori del campionato nella stagione precedente, e in quell’occasione esclamò: “È un grande onore per me avervi qui perché sono un tifoso dei Capitals”. Nel tempo qualche reporter ha provato a sciogliere il dubbio, senza mai tuttavia ricevere risposte. Di certo Trump resta fedele al patriottismo e non manca mai di citare il “Miracle on Ice” di Lake Placid 1980, quando in piena Guerra Fredda la nazionale di hockey su ghiaccio statunitense, imbottita di giocatori universitari e dilettanti, vinse a sorpresa la medaglia d’oro olimpica battendo l’Unione Sovietica piena di campioni. “Uno dei momenti più importanti che abbia mai visto nello sport - ha ribadito anche pochi mesi fa - Quegli uomini ci hanno regalato una delle vittorie sportive più memorabili di tutti i tempi”. Il “Miracle on Ice” resta a oggi l’ultimo trionfo degli Usa nel torneo maschile ai Giochi: a oggi, appunto, perché la finale con il Canada in programma all’Arena Santa Giulia dalle 14.10 potrebbe infrangere un tabù che resiste da 46 anni.
con la foto di putin
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Ma c’è anche dell’altro. Chi è il giocatore simbolo dei Washington Capitals, la squadra della capitale? Alexander Ovechkin, un russo con la foto di Vladimir Putin come immagine del profilo su Instagram e una posizione ambigua sull’invasione dell’Ucraina: ha dichiarato di volere la pace, ma non ha mai preso apertamente le distanze dal suo presidente. Con la situazione paradossale per cui a Milano Cortina 2026, nell’Olimpiade che ha segnato il ritorno dei fuoriclasse dell’Nhl per la prima volta da Sochi 2014, manca il più forte di tutti, 919 gol nel massimo campionato nordamericano rispetto rispetto agli 894 di Wayne Gretzky, perché dal 2022 la Russia è sospesa dalla federazione internazionale e dal Cio. Trump ha incontrato più volte Ovechkin, forse ora tifa segretamente anche per lui, e il suo altrettanto ambiguo rapporto con Putin è rafforzato da questa conoscenza comune tutt’altro che banale per il ruolo che il numero 8 dei Capitals ricopre nella storia dell’hockey mondiale.
Putin, già. Per lui invece l’hockey su ghiaccio afferisce alla sfera del linguaggio del potere. Il presidente russo non si limita a dichiararsi appassionato: gioca regolarmente partite-esibizione con i suoi più stretti collaboratori e con campioni del passato e ha promosso attivamente la Night Hockey League, torneo creato per diffondere la pratica dell’hockey tra gli adulti e rafforzare il prestigio dello sport nel Paese. Le immagini di Putin in divisa, casco, stecca e pattini, mentre segna gol a raffica rigorosamente in favore di telecamera, sono diventate parte integrante della sua narrazione pubblica. E lo stesso vale per un altro autocrate come il bielorusso Alexander Lukashenko, alla fine del 2021 sul ghiaccio proprio insieme a Putin. È solo sport? Anche se ai Giochi olimpici le “fight” sono vietate dall’articolo 46 dell’Iihf, attendiamo oggi pomeriggio il primo ingaggio di una partita che rappresenta in realtà molto, molto di più.










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