Conte ct, l’inizio fu tutto uno scontro: le richieste alla Serie A, gli stage e l’Italia del "Noi". Ma poi...

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Dal primo confronto con i tecnici dei club alle tensioni con la Lega, passando per stage contestati, gestione del gruppo e scelte forti: così l'allenatore durante la sua prima esperienza in azzurro ha provato a rifondare dopo il flop mondiale. Fino a Euro 2016...

Giorgio Burreddu

Collaboratore

7 aprile - 19:13 - MILANO

Dialoghi dal passato. Antonio Conte: “Bisogna parlarsi di più. Nei miei tre anni di Juve, Prandelli, il ct, non mi ha mai chiamato una volta”. Roberto Donadoni: “A me le telefonate di Cesare sono arrivate, non mi sembra giusto parlare degli assenti...”. Max Allegri: “Cesare potevi chiamarlo tu”. Antonio Conte: “E allora perché non ti ho mai sentito in quattro mesi?”. Sinisa Mihajlovic: “Quando allenavo la Serbia avevo un rapporto stretto con gli allenatori di club. Mi sembra il minimo”. Erano tutti chiusi in una stanza, e c’è ancora chi ricorda quel colloquio come “costruttivo”. I soliti ottimisti. Antonio Conte l’avevano fatto ct da una manciata di mesi. Era il 2014, un’estate destinata a cambiare molte storie. Dopo il tonfo del Mondiale in Brasile mandarono via Cesare Prandelli, il ct gentile, che aveva riportato l’etica, il gioco, la serietà, e adesso si cercava un condottiero, una specie di Lancillotto della pelota, qualcuno in grado di grattare via la vergogna dalle maglie azzurre. Tra ipotesi surreali e nomi fantasiosi spuntò lui: Antonio Conte. A gennaio la Serie A era già un tumulto. Tant’è che il neo ct chiese (anzi pretese) un’ora di colloqui con tutti i colleghi del campionato, da Donadoni ad Allegri, da Spalletti a Mihajlovic, per esporre le sue idee. Pazzo: perché riunire tutti quei purosangue in qualche metro quadro con le finestre? Conte cercava un dialogo, un’intesa, un modo per dare all’Italia un senso.

richieste

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Sono passati dieci anni, non è cambiato molto. Ma lasciamo stare. Conte aveva chiesto poche cose, tutte semplici: stage a febbraio, una collaborazione tra la Federazione e le leghe, un giro per i club, e un senso di partecipazione all’azzurro. In fondo si trattava dell’Italia, cosa poteva esserci di più importante? Ma la prima cosa che Conte aveva chiesto era questa: finire il campionato il 15 maggio: “E’ essenziale ed è la prima cosa che ho chiesto al presidente Tavecchio. Perché è lui il mio riferimento, non i club. Ho avuto rassicurazioni in merito. Ci vogliono 6-7 giorni di riposo e poi 15-20 giorni per arrivare all’Europeo nella giusta maniera: potremmo dover fare 7 partite e bisogna correre più degli altri. Ci riusciremo solo lavorando, non per mano divina”. Gli stage li ottenne, ma non proprio nell’entusiasmo generale. Tant’è che un giorno, su Tuttosport, dovette dire la sua: “Gli stage non sono cene private, non sono pigiama party, ma ci si vede per ripassare alcune situazioni”. E per quanto riguardava la fine delle competizioni al 15 maggio, beh, la Lega Serie A fece giocare la finale di Coppa Italia il 21, una settimana dopo…

dalla juve all'italia

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Antonio Conte aveva appena festeggiato tre scudetti consecutivi alla Juventus. E tutti erano concordi nel dire che la terza di quelle Juve era la più forte. La prima era stata sorprendente per fame e intensità, la seconda aveva fondato sulla compattezza difensiva la sua arma vincente, la terza aveva gli attaccanti - Tevez e Llorente su tutti - e i soliti noti Buffon, Pirlo, Chiellini, gli stessi di cui Prandelli si era servito anche quell’estate al Mondiale sudamericano. La panchina dell’Italia, per Conte, non era nemmeno un’ipotesi. Ai suoi bianconeri diceva: “Solo tra qualche anno ci renderemo conto di cosa siamo stati capaci di fare”. A luglio, mentre gli azzurri sprofondavano nel buio di Natal, contro l'Uruguay, Conte riprendeva il suo posto a Vinovo. C’è una data: il 16 luglio. Durò un solo giorno tra lui e il club, una quarta stagione abortita sul nascere. Comunicati al ghiaccio: “Grazie Antonio, sei stato un condottiero. Ma la Juve deve continuare, si riparte da zero”. Molti dissero che Conte aveva pagato una frase mai digerita da Agnelli, quel “non si può andare con 10 euro in un ristorante da 100”. Antonio l’aveva detta senza tanti fronzoli, intendeva che mancavano money per fare le coppe ad alto livello, per un mercato internazionale all’altezza. Così la Federcalcio si precipitò a telefonargli, a dirgli che lui sì che era l’uomo giusto per la nazionale. L’eliminazione del Mondiale aveva scatenato tutti. Beppe Severgnini sul Corriere della Sera intervistò l’ormai ex ct Prandelli: Conte è adatto alla nazionale? Potrà trasmettere quella carica incontrando i giocatori ogni mese o giù di lì? No, aveva risposto Prandelli, “diventa difficile. Il ct della nazionale ha pochissimo tempo. Puoi ovviare, in parte, se hai un blocco di giocatori di una squadra. Ma sono questioni che affronterà Conte se verrà scelto”.

"un ct radicale"

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Venne scelto. Portava in dote frasi epiche: “Perdere è come morire”. E quell’urlo di tarzan, il furore del sangue e del sudore, insomma tutte quelle cose che piacciono ai machi. Persino Mario Sconcerti scrisse che la nazionale “in questo momento ha più bisogno di un commissario che di un allenatore. L’ideale è Conte per qualità e ansietà di risultati”. Per tutti Conte era un predatore, un uomo senza paura. Uno con lo sguardo diverso dagli altri: “È fortemente juventino e per niente dedito a compromessi, sarebbe un ct radicale, cosa che potrebbe in qualche modo dividere il popolo”. O ancora: “La nazionale è come una fiction in prima serata, deve essere per tutti. Conte porterebbe però molta attenzione, trasformerebbe l’Italia in una squadra di club. Si potrebbe non essere tutti fratelli, ma sarebbe anche per questo molto seguita”. 

il "contratto innovativo"

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Gli fecero un contratto da 4,5 milioni di euro. Un unicum nella storia del calcio italiano fin lì. Dietro c’era stata la scaltrezza di Giulia Mancini, donna di marketing, che impacchettò un contratto con tanto di sponsor, una cordata che permise di finalizzare questa unione. La Federcalcio parlò di “contratto innovativo”. Da anni l’epos non entrava a via Allegri, a Coverciano, e anche i giornali a un certo punto avevano virato su una narrazione più semplice, più fiabesca. Con Conte tornava il ct stressante, “che inventerà nemici”, quello che avrebbe “alzato il muro intorno alla sua tribù” e avrebbe cercato “di trovare un appuntamento con la storia dietro ogni partita”. Un po’ di sano fanatismo, insomma. Riequilibrato, però, dalla famiglia: in Nazionale Conte ce lo spinsero il papà Cosimo, la mamma Ada, i fratelli Daniele e Gianluca. Tutti lo volevano libero e felice, in panchina. Il giorno della presentazione Tavecchio gonfiò il petto: “Ho preso il condottiero che ci serviva”. E Conte: “Vincere è la sola cosa che conta e non cambio filosofia. Le mie squadre hanno sempre cercato la vittoria in modo feroce e sarà così anche in Nazionale. La sconfitta è come una morte apparente”. Ancora ‘sta morte, aridaje. 

Da balotelli agli oriundi

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Però servì, eccome. Si tornò a parlare di Balotelli, il più gettonato del gruppo. Quello che combinava casini e che Prandelli aveva saputo gestire solo in parte. Cesare lo aveva messo al centro del progetto, Conte lo retrocesse a soldato semplice. Ma non lo convocò subito. Lo chiamò solo a 140 giorni dal naufragio in Brasile. “Uno qualsiasi di quelli che ho convocato”, disse Conte. Si era tornati a parlare di oriundi, una parola così antica che in molti si chiesero: ma perché? Convocava Eder della Sampdoria, Vasquez del Palermo, pensava a De Maio (francese) del Genoa e Vecino (uruguaiano) dell’Empoli. E ovviamente a Dybala che però aveva declinato l’invito per l’Argentina, come aveva fatto Icardi. 

polemiche

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Roberto Mancini disse che in Nazionale “dovrebbe andare solo chi è nato in Italia”. Conte gli rispose: “Ogni mia decisione scatena polemiche”. E ci si era messo anche il ministro Delrio con un tweet, anche se all’epoca non era mica come fa Trump su Truth, si twittava meno: “Cittadinanza sportiva agli stranieri tesserati a 10 anni”. Si era tornati a parlare di comportamenti. Bonucci, dopo un Juve-Roma, postò un “sciacquatevi la bocca”. Ira nazionale. Il team manager, Lele Oriali, ci tenne a dire che in Nazionale adesso “ci sono regole che non devono essere violate. Non deve succedere mai più”. Prandelli aveva introdotto il Codice Etico. Con Conte bastava lui: “Giudicherò io. Si riparte da zero. Io guardo tutto: cosa succede in campo, e fuori. Perché sono gli uomini, prima che i giocatori, a superare le difficoltà”. E si era tornati a parlare di moduli: 3-5-2 o 4-3-3? Non catenacciaro, né funambolico. Non un uomo da palleggio a tutti i costi (“Di certo non ci affideremo al tiki-taka”), ma sostanza, voglia, grinta, ggggrrrr: a denti stretti. E se a qualcuno il 3-5-2 non andava bene, Conte rispondeva: “La risposta è il Bayern: giocano tre dietro ma qualcuno può sostenere che sia una squadra votata a difendersi?”.

gioco e sacrificio

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Dopo nove giorni di lavoro e due partite, Conte aveva già messo in tasca due successi. Un gioco più profondo, più veloce, in cui l’applicazione e l’intensità dovevano essere sempre al massimo. Eccolo, il Conte-pensiero. I giovani calciatori non sono più disposti al sacrificio? “C’è una differenza sostanziale, si chiama fame. Noi crescevamo in mezzo alla strada dove si giocava a pallone e si imparava a difendersi per non morire. Adesso si sta davanti al computer e i ragazzi ottengono quasi tutto e subito. Anche i genitori a volte fanno danni forse pensando di avere un figlio come Messi o Ronaldo. Mio padre, in tutta la vita, sarà venuto si e no dieci volte a vedermi giocare. Serve il sacro fuoco. E se non ce l’hai è un guaio. Il talento? Da solo non basta”. Con nomi che, a rileggerli oggi, qualche stupore lo lasciano. Positivo, s’intende. Zaza, Poli, Darmian, Giaccherini (fu Conte a battezzarlo Giaccherinho), Immobile, De Sciglio, Pellé. “Questo gruppo mi ha conquistato”. E lui, intanto, conquistò l’Europeo del 2016, il primo grande appuntamento della sua nazionale. Era la nazionale del “Noi”, mica dell’io. Niente Freud, era una nazionale sociologica. “Chi pensa con l’io può restare a casa”. Un sociologo, Marino Livolsi, lo chiamarono davvero, alla vigilia dell’Europeo. Lo interpellarono sul perché l’Italia non aveva tifo, perché era così moscio. “Diciamola tutta, non è che ultimamente la squadra andasse gran bene. Ora che si sono visti impegno e risultati l’entusiasmo sta salendo. Ma la passione può salire solo così, non per ordine di scuderia, né per una liturgia standardizzata”. Fu un dibattito e il CorSera titolò: Patrioti quando si vince e davanti alla tv. Ecco perché il tifo azzurro è poco azzurro.

entusiasmo europeo

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Ma con Conte tornò anche quello dopo i pianti e gli isterismi del mondiale brasiliano. Tu chiamalo se vuoi entusiasmo. Che contagiò persino sua maestà del cazzeggio Balotelli. Dopo l’urna che rivelò il girone dell’Italia a Euro 2016, in Francia, persino lui twittò: “Non vedo l’ora”. Conte non le mandò a dire nemmeno quella volta: “Ma non vede l’ora di vederla in tv o di giocarla? Sta a lui, ma anche a tutti gli altri farmi cambiare idea con grandi prestazioni in campo e con i comportamenti fuori”. Belgio, Svezia, Irlanda: era questo il cammino azzurro. 

l'italia del "noi"

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All’epoca il Belgio era primo nel ranking e la Svezia aveva Ibra il supereroe. L’Italia del Noi contro l’ego di Ibra, piacevano questi slogan qui. Ma nemmeno di quelli Conte ha mai avuto paura: “L’Italia del Noi è contro tutti, non solo contro Zlatan. Pensare al Noi è l’unico modo che abbiamo per toglierci delle soddisfazioni”. Fuori dal noi rimase però la politica. E la decisione di non chiudere le competizioni al 15 maggio portò Conte a firmare per un club, il Chelsea, ancora prima dell’inizio dell’Europeo: “Così non ha senso. Ma se uno è comandante, o lo è sempre o non lo è mai”. Poi arrivò l’estate: l’Italia vinse contro il Belgio e anche contro la Svezia. Andò a giocarsi gli ottavi contro la Spagna: 2-0, gol di Chiellini e Pellé. Ai quarti, contro la Germania, il ct tedesco Low disse che voleva bersi un espresso bello caldo. E Conte, figuriamoci, gli rispose: “Low si ricordi che il caffè è una delle eccellenze italiane e noi gliene prepareremo uno molto buono”. Finì ai rigori. L’Italia perse 6-5. Piangevano tutti: Buffon, Barzagli, Bonucci. Qualcuno chiamò in causa le lacrime degli eroi omerici. L’epica, l’epica, l'epica. Piangeva anche Conte. Che promise: “Questa sera non è un addio, ma un arrivederci”.

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