Chiedere consigli di fitness a ChatGPT: quando ha senso e quando no

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 quando ha senso e quando no

Due esperti hanno messo alla prova i chatbot sull'esercizio fisico: funzionano, con condizioni precise che la ricerca ha iniziato a definire

Eugenio Spagnuolo

26 maggio - 18:24 - MILANO

Siamo disposti ad affidare all'intelligenza artificiale diagnosi mediche, consulenze legali e persino un pezzo del nostro privato. Che ci aiuti a costruire un programma di allenamento sembra, in confronto, una richiesta modesta. Eppure se i chatbot come ChatGPT, Gemini, Claude, ecc siano davvero affidabili per guidare l'attività fisica non è scontato: la scienza sull'AI applicata all'esercizio fisico è ancora agli inizi, sebbene promettente. Keith Diaz, fisiologo e docente di medicina comportamentale alla Columbia University di New York, lo ha sperimentato in prima persona. Sentendosi bloccato nella sua routine di corsa, ha chiesto aiuto all'AI. Il risultato lo ha convinto: "Ha sviluppato un programma piuttosto buono, in linea con quello che mi aspetterei da un coach a pagamento", ha spiegato a Heart. Laura A. Richardson, docente di kinesiologia all'Università del Michigan, ha testato gli stessi strumenti nelle sue aule confrontando le risposte dei chatbot con le linee guida professionali, e si è detta "piacevolmente sorpresa" dalla qualità delle raccomandazioni, che ha definito "illuminanti". 

Usare l'AI come coach

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Dunque l'intelligenza artificiale sarà il nostro prossimo personal trainer? Non proprio: le raccomandazioni generate dai chatbot risultano accurate rispetto alle linee guida generali, nel 90 per cento dei casi, ma complete solo nel 40 per cento, secondo uno studio del 2024 pubblicato su JMIR Medical Education. Diaz, per esempio, ha individuato tre contesti in cui il chatbot può avere senso: come punto di partenza per chi vuole cominciare ad allenarsi, come alternativa per chi non ha accesso a un personal trainer e come strumento per chi vuole rinnovare una routine già consolidata, a condizione che l'utente sia in buona salute di base. 

Richardson è più cauta: l'AI le sembra più utile per chi si trova nella fascia media della forma fisica. Chi è sedentario con problemi di salute o chi pratica sport a livello agonistico hanno bisogno di una supervisione umana che l'AI non sa ancora garantire. "Non mi sentirei di raccomandarla a qualcuno con patologie pregresse", ammette. 

Prompt trainer

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Restano, poi, due problemi irrisolti: un chatbot non può osservarci mentre ci alleniamo (anche se qualcosa in tal senso si muove) e non può motivarci come farebbe un personal trainer in carne e ossa. Descrivere come si fa uno squat è una cosa, vedere qualcuno che lo esegue correttamente è un'altra. L'AI non vede se le braccia oscillano sul tapis roulant, se l'impugnatura dei pesi è sicura, se è il momento di rallentare. "Tutte queste cose vengono fatte meglio da un esperto", precisa Richardson. Diaz aggiunge che l'AI a volte è persino troppo prudente o... viceversa: "A volte si inventano le cose". Per questo ha imparato a chiedere sempre al chatbot di citare le fonti, poi va a verificarle. Spesso scopre che non esistono. 

C'è anche un altro limite: con l'intelligenza artificiale, la qualità dell'output dipende dalla qualità della richiesta (il prompt). Chiedere genericamente un programma di allenamento produce risposte vaghe. Specificare età, storia medica, livello di attività, attrezzatura disponibile, obiettivi nei prossimi tre o sei mesi avvicina il risultato a qualcosa di personalizzato. "La macchina è intelligente quanto l'utente che inserisce i dati", sintetizza Richardson. Diaz suggerisce per questo di assegnare al chatbot un ruolo preciso: "Voglio che tu sia un personal trainer con dieci anni di esperienza". Insomma, mai dare nulla per scontato quando si chiede cosniglio a un'intelligenza artificiale. Anche se l'esperto, riguardo al fitness potenziato dall'AI, si dice ottimista: "In questa fase, abbiamo ancora bisogno di indicazioni precise su come usare questi strumenti, ma i benefici superano di gran lunga i rischi potenziali".

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