Chi ha un'idea positiva della vecchiaia tende a invecchiare meglio

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Chi ha un'idea positiva della vecchiaia tende a invecchiare meglio

Uno studio di Yale durato dodici anni ha seguito quasi 16mila persone e trovato che le credenze sull'invecchiamento predicono miglioramenti reali, fisici e cognitivi

Eugenio Spagnuolo

28 marzo - 17:15 - MILANO

Quasi nessuno, arrivati a una certa età, si aspetta di migliorare. I medici non se lo aspettano, i pazienti ancora meno. Qualcosa nel modo in cui si parla dell'invecchiamento - nei giornali, in famiglia, dal medico - ha fissato un'idea abbastanza precisa: dopo i sessantacinque anni il corpo rallenta, la mente si appanna, e il meglio che si può fare è contenere i danni. Uno studio appena pubblicato dalla Yale University sulla rivista Geriatrics dice che questa idea è sbagliata per molte persone e suggerisce qualcosa di più sottile: credere al declino può contribuire a produrlo. 

persone anziane attive

Becca R. Levy, docente alla Yale School of Public Health e al dipartimento di Psicologia, e Martin D. Slade della Yale School of Medicine, hanno seguito per un periodo fino a dodici anni due grandi gruppi di adulti over 65, attingendo ai dati dell'Health and Retirement Study, un'indagine campionaria rappresentativa a livello nazionale. Il primo comprendeva 11.314 persone con età media di partenza di circa 68 anni, valutate sulle funzioni cognitive attraverso un test telefonico standardizzato che misurava memoria, calcolo e orientamento quotidiano. Il secondo, 4.638 persone con età media di circa 74 anni, seguite sulla velocità di camminata — due metri e mezzo cronometrati. Una misura apparentemente banale che la geriatria usa da anni come predittore di ospedalizzazione, disabilità e morte (alcuni clinici la chiamano "il sesto segno vitale"). Le credenze sull'invecchiamento di entrambi sono rilevate con cinque domande: i partecipanti si sentivano più inutili con gli anni? Erano soddisfatti della propria vita quanto lo erano stati da giovani?

crederci sempre

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Il 45% ha mostrato un miglioramento misurabile entro la fine del periodo di osservazione — il 32% sul piano cognitivo, il 28% su quello fisico, cifre largamente superiori ai parametri statistici che fissano all'11,5% la soglia per definire significativa una quota di anziani in miglioramento. Fin qui, una sorpresa. Ma il passaggio più interessante dello studio è che tra chi era migliorato, le persone con un'idea più positiva dell'invecchiamento erano molte di più.

I ricercatori hanno corretto i dati per tutto quello che poteva spiegare la cosa in modo alternativo: età, sesso, etnia, istruzione, depressione, disturbi del sonno, malattie cardiache, diabete, isolamento sociale, predisposizione genetica all'Alzheimer. L'associazione reggeva lo stesso. E reggeva anche restringendo l'analisi a chi era già in buona salute al momento dello studio — persone senza deficit di partenza, che non stavano semplicemente recuperando un calo precedente. Miglioravano partendo da una condizione normale, e quello che continuava a predire il miglioramento era il modo in cui guardavano alla propria età. Non tanto il punto da cui partivano, ma cosa si aspettavano da ciò che stava arrivando.

Per spiegare come un'aspettativa possa tradursi in biologia, Levy richiama un quadro teorico che ha sviluppato nel corso della sua carriera: le credenze sull'invecchiamento si formano presto, si interiorizzano negli anni e finiscono per agire sul corpo. Ricerche precedenti dello stesso gruppo avevano già associato le credenze negative sull'invecchiamento all'accumulo di placche cerebrali tipiche dell'Alzheimer e alla riduzione del volume dell'ippocampo. Se una visione pessimistica lascia tracce fisiche nel cervello, è plausibile che una positiva abbia effetti opposti. Il 66% di chi è migliorato lo ha fatto in un solo ambito — mente o mobilità, non entrambe — a conferma che i due tipi di declino non procedono necessariamente insieme. Resta una domanda aperta: se quasi uno su due degli over 65 seguiti per dodici anni è andato nella direzione contraria a quella attesa, quanto del declino che associamo all'invecchiamento dipende dall'invecchiamento in sé e quanta da ciò che ci aspettiamo da esso.

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