Castrogiovanni: "Quesada ha cambiato l'Italia. Quando esordii contro gli All Blacks mi ero ca...o adosso"

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L'ex pilone della nazionale italiana, ora talent di Sky Sport: "Raccontare il rugby è una responsabilità. La percezione della nostra nazionale è cambiata. Nessuno ora ci sottovaluta"

Rebecca Saibene

7 febbraio - 09:51 - MILANO

Una folta barba castana, i capelli lunghi che ricadono sulle spalle possenti, una stazza imponente. Martin Castrogiovanni sembra uscito da un libro di Roald Dahl. Come il GGG, il Grande Gigante Gentile, l’ex pilone della Nazionale italiana - 119 caps nei suoi 14 anni in azzurro - ha sempre affiancato alla forza in campo l’impegno per gli altri fuori. Dieci anni dopo il ritiro, oggi Castrogiovanni si occupa ancora di rugby: lo insegna ai bambini nella sua Academy e lo racconta da una prospettiva nuova, come talent di Sky. Nell’esordio odierno dell’Italia contro la Scozia, Castrogiovanni affiancherà Francesco Pierantozzi e Diego Dominguez nel pre e post partita. 

Dopo il ritiro si è allontanato dal rugby, com’è cambiato il suo rapporto con questo sport?

"È come quando finisce un amore intenso: all’inizio è normale che ci siano diverbi. C’è tanto dolore, c’è una vita da riadattare. E secondo me è giusto prendersi il tempo necessario perché, se le cose non le accetti, può essere che dopo fai dei danni. È giusto fermarsi, capire quello che si vuole e poi andare avanti".

Il ritiro, però, resta una botta. 

"Non è mai facile. Chi dice che è facile è un bugiardo. Alla fine fare uno sport a questi livelli è una cosa molto bella: la cosa più bella che ti può capitare e un giorno o l’altro qualcuno te la toglie. E a volte non sei neanche tu che decidi: la vita, il corpo, gli infortuni. Niente dura per sempre. Doversi reinventare a vent’anni è una cosa, a quaranta un’altra. Eppure è parte delle sfide che la vita ti mette davanti, ed è bello così. Se no che noia sarebbe?" 

Il post-ritiro spesso è un momento delicato, anche per la salute mentale...

 "Il problema è trovare l’equilibrio quando non l’hai mai avuto. Io non ce l’ho mai avuto, per cui è stato più difficile. Ma anche questo fa parte di quello che sono. Si parla solo del lato negativo, dello 'stare giù'. Ma è bello e importante parlare di quello che si affronta e si supera. A volte noi ci concentriamo più sul dito che sulla luna".

Del rugby giocato cosa le manca di più? 

"Mi manca lo spogliatoio, mi manca l’adrenalina. Ti ricordi poco delle partite perché ne giochi tante, ma l’inno… l’inno ti rimane per sempre. Ti passa tutta la vita davanti in due o tre minuti. Sei abbracciato ai compagni quasi pronto ad andare a morire. È bellissimo e non torna più". 

Parlando di emozioni, il suo esordio in azzurro è stato contro gli All Blacks…

"E che paura. Mi sono cagato addosso, come è normale che sia. Il bello dello sport è che ti insegna a controllare ansia e paura, ma ci sono sempre: vuoi fare bene e quella paura risiede lì". 

La meta a cui è più affezionato? 

"Ne ho fatte talmente poche che sono affezionato a tutte. Forse quella del 2013 contro la Francia: battere i francesi è sempre bello. Oggi però sarebbe importante che questa squadra riuscisse finalmente a battere l’Inghilterra. Non so se sarà quest’anno, ma prima o poi succede". 

Che impronta sta lasciando Quesada? 

"Questa squadra giochi un grande rugby, muove la palla come non l’ha mai mossa, attacca gli spazi come non ha mai fatto, ma il lavoro più grande Quesamda l’ha fatto sull’identità. Ha dato non solo uno stile di gioco, uno anche uno stile di guerra. Ha fatto capire a questi ragazzi che hanno in mano il rugby italiano e che possono cambiare le cose. Il Paris Saint-Germain ha sempre avuto grandi giocatori, ma finché non è arrivato un allenatore che ha messo le cose a posto, che ha tolto quelli che non servivano e che ha motivato il gruppo, non ha fatto il salto. Anche nel rugby oggi i giocatori sono più grandi delle federazioni. E noi giocatori siamo egocentrici, sempre più narcisisti: mettere tante teste insieme è difficile. Ecco, Gonzalo in questo è numero uno". 

Subito Italia-Scozia: cosa sarà decisivo? 

"La qualità del pallone che daremo per giocare veloce e quanto invece saremo in grado di rallentare il gioco degli altri. Il fango in questo potrebbe darci una mano. La Scozia è rapida, mette pressione fisica nei punti d’incontro e nella maul. Se togli alle squadre i loro punti di forza, le puoi dominare: questa è la chiave. Se dovesse piovere vincerà chi si sarà adattare meglio. Sarà una partita molto tecnica, forse non bellissima. Anche loro hanno pressione, anche più di noi, e questo è un punto a nostro favore". 

Quanto è cambiata la percezione della Nazionale? 

"Non ci sottovaluta più nessuno. Tutte le squadre sanno che se quel giorno non fanno quello che devono fare, e non lo fanno al massimo, con l’Italia perdono. Poi il calendario è duro: se perdi con la Scozia e poi c’è la Francia, l’Inghilterra. In Irlanda non è mai facile… rischi di arrivare all’ultima col Galles a giocarti tutto. Un tema sono gli infortuni: ne abbiamo tanti e pochi giocatori. La settimana di pausa in meno favorisce le squadre che hanno una rosa più ampia, come Francia e Inghilterra".

Si è riavvicinato a questo sport, questa volta da talent Sky...

"Era il momento giusto anche se emotivamente sarà difficile: quando guardo una partita mi muovo, mi sento ancora giocatore. Quando racconto il rugby voglio parlare di emozioni, di come si reagisce nei momenti difficili. È uno sport complesso e in Italia è ancora di nicchia: raccontarlo bene è una responsabilità". 

Il 7 marzo organizza una giornata dedicata al wheelchair rugby. 

"Tre anni fa nella mia Academy abbiamo ospitato da noi una squadra di wheelchair rugby. A un certo punto i ragazzi mi hanno detto: ‘Noi vorremmo che questo diventasse una squadra’. Io mi sono messo a piangere e lì è nata la Castro Rugby Wheelchair Team: una squadra a invito, un po’ come i Barbarians. Chiamiamo giocatori da varie squadre e diamo loro la possibilità di giocare insieme. In occasione di Italia-Inghilterra faremo diverse attività: un open day per i bambini che potranno provare gli sport paralimpici, una partita con ex leggende, poi spazio ai ragazzi e infine tutti allo stadio. L’obiettivo è far crescere il movimento e insegnare inclusione: la disabilità non è inabilità. A tutti i ragazzi che frequentano il nostro camp, facciamo fare un allenamento in carrozzina". 

Tv, rugby, iniziative solidali: quante ore hanno le sue giornate? 

"Ventiquattro ore come tutti, ma divido i giorni e li dedico a cose diverse. Fa parte di me: sono sempre stato in movimento e non credo di essere una persona che può stare ferma troppo tempo. Mi fa bene fare tante cose".

Guardando indietro: ha qualche rimpianto? 

"Avrei perso un po’ meno tempo alla PlayStation e un po’ più tempo sui libri. Ma per come sono io non cambierei niente: davo tutto allo sport, ogni energia. Mi ha tolto sì, ma mi ha dato anche tanto. E non è mai troppo tardi per studiare. Non mi risparmiavo mai, ci tenevo troppo, soprattutto a vincere. È l’altro lato della medaglia. Mi ha tolto sì, ma mi ha dato anche tanto. E non è mai troppo tardi per studiare".

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