Casting infinito, mercato immobile: perché il Milan non ha fretta di decidere?

1 giorno fa 3

In questo momento la priorità per la proprietà è più progettuale che non temporale: non si possono sbagliare le scelte

Marco Pasotto

Giornalista

12 giugno - 08:57 - MILANO

Come dice Oliver Glasner, "bisogna avere una buona sensazione, tutto deve essere perfetto". Lo slogan del potenziale allenatore in pectore rossonero è perfettamente condiviso al quarto piano di via Aldo Rossi. Ed è il concetto che in parte - anzi: in buona parte - spiega la preoccupante dilatazione temporale del club nella ricostituzione del management e dell'area sportiva. Ovvero i due motori principali di una società di calcio.

immobilità

—  

Il fatto è che il termine "preoccupante" non è trasversale: si ferma ai tifosi, agli addetti ai lavori. Coinvolge i media, a cui mancano interlocutori in grado di spiegare al mondo esterno la direzione progettuale che intende prendere il club. E coinvolge il mondo dei procuratori che - per motivi diversi, ma allo stesso modo - non sanno a chi rivolgersi per avere chiarimenti sui propri assistiti. A quanto pare, la preoccupazione si ferma qui. Nel senso che non coinvolge la proprietà. Per quel poco che filtra dal mondo rossonero, ai piani alti del Diavolo non sono preoccupati - nel senso stretto e letterale del termine - del fatto che, giunti a metà giugno, manchino ancora all'appello tutte e quattro le figure licenziate il giorno dopo lo sprofondo col Cagliari. Ed evidentemente non sono preoccupati nemmeno della conseguente, inevitabile immobilità sul mercato nell'ambito di una rosa da allungare e migliorare. C'è ovviamente consapevolezza che il tempo scorre inesorabile, questo sì. Ma non preoccupazione. Perché? Perché il Milan - inteso come proprietà - è convinto di stare agendo al meglio per poter dare vita a un nuovo progetto che possa finalmente offrire una prospettiva a medio-lungo termine.

scrematura

—  

Le videocall si susseguono, le telefonate pure. È un vero e proprio casting a tutti i livelli, a partire dall'allenatore e dal direttore sportivo. E' la conferma del tentativo di applicare il modello americano al calcio italiano: licenziamenti "collettivi" dall'oggi al domani, dirigenti che lasciano la sede con gli scatoloni fra le braccia come nemmeno a Lehman Brothers, ricerca dei sostituti attraverso cacciatori di teste e colloqui in videochiamata, analisi interna dei candidati, scrematura, colloqui successivi più approfonditi. E avanti così fino all'individuazione del profilo più adatto, ammesso ovviamente che il profilo in questione condivida la progettualità del club. Colloqui che peraltro proseguono a ritmo serrato, con più candidati: ce ne sono stati anche oggi, sebbene Glasner resti il nome in cima alla lista. Al Milan non sono preoccupati anche perché - ricorre spesso questa orgogliosa sottolineatura - tutti i colloqui avvengono con personaggi di alto livello. Come a dire: per riempire le caselle vuote magari ci vorrà ancora un po', ma dove si casca, si casca bene.

lacune

—  

Le perplessità del mondo esterno infatti riguardano soprattutto le tempistiche, che evidentemente in questo momento e in questo contesto agli occhi del club non sono la priorità. Quanto meno, non la priorità assoluta, che resta quella di collocare le persone giuste al posto giusto. Mettendosi nei panni di RedBird, l'esigenza è comprensibile. Limitandosi alla panchina, dopo l'addio di Pioli - arrivato fisiologicamente a fine ciclo - è stato inanellato un flop dopo l'altro: Fonseca, Conceição e Allegri avrebbero dovuto avviare un ciclo - soprattutto Max -,che tuttavia non è mai riuscito a decollare. E a livello di management è stata la stessa cosa: dopo l'allontanamento di Maldini e Massara, il gruppo di lavoro allargato formato da Furlani, Ibra e Moncada si è rivelato inadatto, così come agli occhi della proprietà non è stato giudicato sufficiente il lavoro di Tare. I quattro licenziamenti operati da Cardinale raccontano esattamente questo. Volendo sintetizzare: il Milan non è preoccupato dallo scorrere del tempo, quanto dal timore delle sue stesse scelte. Il problema, nel calcio, è che non esistono scelte senza rischi.

Leggi l’intero articolo