Casagrande: "Ancelotti mette pace al Brasile. La Francia fa la rivoluzione. Haaland? Uno così..."

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Il brasiliano ex attaccante di Ascoli e Torino: "Il ct è razionale e ha una grande visione dei cambi. Deschamps gioca con 4 attaccanti geniali..."

Parlare con Walter Casagrande è sempre un piacere. L’ex attaccante cresciuto come discepolo di Socrates ai tempi della "Democracia Corinthiana", passato per Ascoli e Torino e col Brasile al Mondiale del 1986, è diventato un punto di riferimento assoluto nel panorama dell’analisi televisiva del calcio brasiliano. La sua visione non è mai banale, le sue parole precise e fantasiose come un colpo di tacco del suo mentore calcistico e politico. 

 circa 1986, Casagrande, Brazil, portrait  (Photo by Bob Thomas/Getty Images) - x Luca Curino - fotografo: Getty Images

Walter Casagrande

Sei anni in Italia

63 anni, ha giocato dall'87 al '91 ad Ascoli e fino al 1993 a Torino 

Walter, come sta il Brasile? 

“Sta migliorando. Il primo tempo col Giappone è stato negativo, hanno fatto un gol, potevano farne un altro, ma nella seconda parte, quando Ancelotti ha cambiato la formazione abbiamo visto il miglior Brasile di questo Mondiale. Ha dominato completamente, ha segnato due gol, e se è vero che il secondo è arrivato nel recupero però poteva farne almeno altri 3 prima. Ora vediamo se la squadra riparte da lì e migliora ancora o torna indietro”. 

Prossimo avversario, la Norvegia? 

“Per prima cosa c’è da esorcizzare questo cosa, quasi mitologica, che il Brasile non ha mai battuto la Norvegia. E nell’ultima sfida, al Mondiale del ’98, quel Brasile era più forte di questo e quella Norvegia era più debole di questa. Avevamo Ronaldo, Rivaldo, Bebeto, Cafú, Roberto Carlos, Dunga, era una grande squadra. Questa Norvegia è più organizzata, e in attacco allora aveva Tore Andre Flo e oggi ha Erling Haaland, un’altra storia. Poi è chiaro che ogni partita fa storia a sé”. 

Ecco ci parli di Haaland, lei che è stato attaccante. 

“È un attaccante che non ha eguali nella storia del calcio. Non dico il migliore eh? Dico che è un tipo di giocatore che io non avevo mai visto”. 

Ha fatto 6 gol toccando sempre la palla una sola volta. 

“Si posiziona bene, ha grande equilibrio e tocca bene la palla. Non ha bisogno di dominare i fondamentali del gioco, perché ha un’intelligenza superiore. Tutti sottolineano la sua forza fisica, che è assurda, chiaro. O l’altezza, l’esplosività muscolare. Ma per me la sua maggior qualità è l’intelligenza calcistica, è molto più intelligente che tecnico. Perché ha bisogno di un solo tocco? Perché è sempre nella posizione migliore e con un grande equilibrio corporale. Apre spazi per tutti, e non ha bisogno di associarsi. E un’altra cosa straordinaria: nonostante sia un armadio di quasi due metri, tante volte i difensori lo perdono di vista, non sanno dov’è. È un attaccante silenzioso”. 

Haaland si posiziona bene, ha grande equilibrio e tocca bene la palla. Non ha bisogno di dominare i fondamentali del gioco, perché ha un’intelligenza superiore

Torniamo a noi, dove può arrivare questo Brasile che sembra una squadra normale? 

“Nella Coppa del Mondo succedono cose che la gente non si aspetta. Il Brasile è pentacampione del mondo, ha una storia e una maglia che pesano. Le ultime nazionali brasiliane non sono in linea con la nostra storia, ok, ma il Brasile resta una squadra super rispettata: se inizia ad andare avanti gli avversari si preoccupano. Io qui non vedo nessuna formazione che possa pensare di affrontare il Brasile a petto scoperto. A parte la Francia, ovviamente”. 

Che è un’altra cosa. 

“Si, fa un altro calcio. Magari non vince il torneo eh, però nessuno gioca come la Francia, nessuna delle altre 47 nazionali. Ovviamente altri hanno delle qualità, ma nessuno ne riunisce tante come questa Francia, è un’altra storia. Stiamo assistendo alla Rivoluzione Francese nel calcio. La prima rivoluzione in un Mondiale dall’Olanda del 74”. 

Definiamo il manifesto della Rivoluzione Francese. 

“Deschamps ha 6 attaccanti che sono superiori alla media. Ne usa 4, Barcola, Mbappé, Olise e Dembélé, e questi 4 pensano solo a creare occasioni da gol. Poi ci sono Rabiot e Tchouameni, che sono uomini di supporto e non i classici ‘volantes’ difensivi, non hanno compiti di marcatura ma di appoggio. E lo stesso vale per i due terzini. Quindi la Francia ha 4 attaccanti geniali e 4 uomini di supporto, i due centrali sono gli unici con caratteristiche marcatamente difensive”. 

Guardando questa Francia la sua memoria calcistica dove la porta? 

“Agli Anni 60, al Santos di Pelé, o al Brasile del ‘70. Perché per fare un calcio così davanti devi avere dei fenomeni, non puoi giocare così con calciatori normali. Il Brasile del 70 aveva Jarzinho, Tostao, Pelé e Rivelino, con quest’ultimo che tornava per affiancare Gerson nella costruzione. Il Brasile dell’82 era simile, solo che invece che avere 4 grandi attaccanti aveva 4 grandi centrocampisti, Falcao, Cerezo, Zico e Socrates. Questa Francia gioca in maniera simile al Brasile dell’82, solo che lo fa con gli attaccanti: il movimento, geniale, però è lo stesso. Cos’è una rivoluzione? Fare qualcosa che non fa nessuno: ecco, in questo Mondiale la Francia è unica. Poi non importa se vince la coppa o se viene eliminata dal Paraguay, l’innovazione stilistica e la bellezza dell’idea restano a prescindere”. 

Questa Francia gioca in maniera simile al Brasile dell’82, solo che lo fa con gli attaccanti: il movimento, geniale, però è lo stesso

Cosa sta portando Ancelotti alla vostra nazionale? 

“Prima cosa da dire: è con noi da un anno, ed è pochissimo. Deschamps è con la Francia dal 2012, altri ct da un tempo comunque lungo. Carlo sta lavorando nel Mondiale. Altri applicano qui il lavoro preparato prima, lui non ha potuto farlo. Poi è un tipo molto concentrato, che conosce il calcio alla perfezione, che ha una grande visione nei cambi ed è una persona sobria, contenuta, e questa cosa è fondamentale: il brasiliano è euforico di natura, e la cosa applicata alla nazionale vale ovviamente per i tifosi, la stampa, i giocatori. Lì entra in gioco ‘o Ancelotti’: è la lastra di ghiaccio che contrasta il fuoco generale. Tutti si esaltano, lui spegne le fiamme e riesce a far sì che la nazionale resti coi piedi per terra. Normalizza, relativizza tutto. In Brasile si è generato un grande dibattito attorno alla mancata esultanza di Ancelotti nel gol di Martinelli al Giappone. Chiaro: lui aspettava la fine della partita per festeggiare, il gol era importante, ma non definitivo. Ha un atteggiamento pragmatico che in un ambiente di esaltazione come quello brasiliano è fondamentale. Per il tifoso la partita era finita, per lui no”. 

E la cosa vale anche al contrario? 

“Chiaro! Le cose vanno male? Lui resta tranquillo, trasmette fiducia, calma, invita i calciatori a giocare. E chi è in campo percepisce la sua forza, e ne trae beneficio. La Norvegia è avvisata: la pace di Carlo e l’euforia brasiliana possono creare un mix letale”.

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