Buffon verso l'addio: "Resto fino a giugno poi vedremo. Ora serve tempo"

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Il capo delegazione dell'Italia: "Farò le valutazioni corrette. Nei prossimi tre mesi sarò a disposizione della Figc che ha avuto fiducia in me"

Guglielmo Buccheri

Giornalista

1 aprile - 07:50 - INVIATO A ZENICA

L’unità di crisi si è trasformata in un cerchio poco magico: al centro, l’America non c’è. È andata così, è andata come doveva andare e, ora, ci restano le lacrime: lo sa bene Gigi, lo sa Leo, lo sapeva Rino. Abbiamo cominciato un viaggio breve, ma intenso a Bergamo, sei mesi fa e lo abbiamo, lo hanno, cominciato con il primo di tanti abbracci: ad un passo dalla panchina, Gigi, Leo e Rino. L’unità di crisi non poteva che nascere così: due che il mondo ce lo hanno consegnato a Berlino, uno che l’Europa ha riportato a casa dopo oltre cinquant’anni e sotto al naso degli inglesi a Wembley. E, ora, come tutte le unità di crisi si scioglie: abbiamo sperato che si trattasse di qualcosa che potesse durare, siamo caduti. Buffon uscirà di scena, lo ha detto fin dal momento in cui si è speso per la scelta di Gattuso ct: se non andiamo al Mondiale, mi faccio da parte. “Per le corrette valutazioni dovremo prenderci il tempo necessario e la stagione sportiva finisce a giugno: quello che posso dire adesso – così il nostro capodelegazione -è che nei prossimi tre mesi resterò a disposizione della Figc che ha avuto fiducia in me…”. Tradotto: non è la notte per gli strappi, quello dei saluti di Gigi lo sarebbe, ma oltre Zenica c’è una scelta, di fatto, già presa da chi ha sempre mantenuto la parola data.

i primi dubbi

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Gigi ha puntato su Rino, Rino ha voluto Leo: parte tutto così. A Buffon scatta una nuova scintilla dopo il goffo e inutile pomeriggio azzurro a Berlino, fine giugno del 2024: da capodelegazione si era sentito addosso quella delusione e dal ruolo di capodelegazione aveva deciso di scendere a terra o, meglio, cercava qualcuno che lo rimettesse al suo posto con una prospettiva più profonda. Si va avanti con Spalletti ct, si vira su Gattuso commissario tecnico perché deve prendere corpo l’unità di crisi e su Rino punta forte proprio chi sa che all’Italia serve identità, senso di appartenenza, coraggio: Gigi non ha dubbi. Gattuso non fa in tempo a prendere i gradi che il suo staff si allarga: squilla il telefono, Bonucci risponde e la Nazionale ha il suo maestro della difesa, movimenti e sensibilità al pericolo sulle palle inattive sono causa sua ed è una causa vinta.

Profonda amarezza

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L’ultima curva prima dell’America, Gigi la vive con le mani dentro alle tasche del giaccone: un po’ in piedi, un po’ seduto sulle grandi poltrone rosse in panchina. Leo gioca di più, deve farlo, lo fa: c’è un angolo, lo stadio spinge, Bonucci chiede ciò che è stato studiato a Coverciano. L’unità di crisi è una squadra da 370 partite in azzurro: 176 Gigi, 121 Leo, 73 Rino. E l’unità di crisi, a missione fallita, si scioglie: qui, non dopo la notte di Zenica, 70 chilometri a nord di Sarajevo. “Il più grande obiettivo – continua Buffon – era andare in America e, questo, fa veramente male e rischia di far ragionare in modo contorto e poco lucido. E qui mi fermo…”. L’orizzonte, il nostro, non si allarga, ora lo possiamo dire. Si allarga lo spread dall’ultimo Mondiale, dodici stagioni fa oggi che faranno sedici al prossimo tentativo. La Bosnia scende in strada e festeggia come mai aveva fatto prima, a noi restano le lacrime a cui, purtroppo, ci stiamo abituando. E, a breve, resteremo senza Gigi.

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