A 18 anni Flora sul podio olimpico nel Big Air a Livigno 103 giorni dopo la rottura del legamento e prima dell’intervento chirurgico. Il medico responsabile di snowboard e freestyle Gabriele Thiebat racconta il percorso multidisciplinare e condiviso che ha reso possibile questo risultato
Gabriele Thiebat
10 marzo - 11:09 - MILANO
Gabriele Thiebat, responsabile medico squadra italiana Snowboard & freestyle sci, membro Commissione Medica Fisi, chirurgo ortopedico presso lo Sport Trauma & Research Center dell’Istituto Clinico San Siro a Milano, scrive per noi sul percorso di recupero di Flora Tabanelli, di bronzo ai Giochi con un crociato rotto, e sulle possibili conseguenze nel trattamento dell'infortunio.
Centotre giorni. Questo è il tempo che è passato dalla risonanza magnetica che confermava la rottura completa del legamento crociato anteriore di Flora Tabanelli al momento in cui l'ho vista alzare le braccia sul podio olimpico di Livigno. Ero lì. Ho vissuto ogni giorno di quel percorso. E il 4 marzo, insieme al dottor Andrea Panzeri (presidente della Commissione Medica Federale Fisi), l'abbiamo operata. Scrivo questo articolo perché credo che questa storia meriti di essere raccontata — non come un miracolo sportivo, ma come una riflessione seria su come la medicina dello sport potrebbe, e forse dovrebbe, funzionare.
la premessa
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Flora ha 18 anni. Fino all'infortunio aveva dominato l'intera stagione 2024/25: vincitrice del globo di cristallo generale Park & Pipe, dei Winter X Games ad Aspen (prima italiana nella storia insieme al fratello Miro), della Coppa del Mondo di specialità e campionessa del mondo di big air in carica dopo gli ultimi mondiali a Saint-Moritz a marzo 2025. L'atleta italiana più vincente di sempre nella disciplina. Si è rotta il legamento crociato a novembre, a tre mesi dalle prime Olimpiadi. A 103 giorni dalla competizione olimpica, l'intervento chirurgico avrebbe significato una cosa sola: rinunciare. La terapia conservativa non era una scelta coraggiosa tra due opzioni equivalenti. Era l'unica strada.
l'infortunio
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Quando un atleta d'élite si rompe il crociato, la risposta della medicina sportiva è quasi sempre la stessa: operazione immediata, sei-nove mesi di riabilitazione, poi si vedrà. Un dogma consolidato da decenni, costruito attorno alla convinzione che danno anatomico equivalga a danno di funzione e quindi senza il legamento crociato anteriore — struttura che stabilizza il ginocchio nei movimenti rotazionali e nei cambi di direzione — l’articolazione sia meccanicamente instabile e quindi inutilizzabile ad alto livello. Io stesso sono cresciuto professionalmente dentro questa cultura. Ma la realtà clinica è più sfumata e complessa. E la storia di Flora lo dimostra nel modo più eloquente possibile: sul podio olimpico.
il cervello
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Esiste una categoria di pazienti che la scienza conosce da oltre quarant'anni, ma che la cultura medica mainstream fatica ancora a valorizzare appieno: i cosiddetti coper (dall'inglese to cope, "far fronte", in questo senso “compensare a una mancanza”). Sono pazienti che, dopo la rottura isolata del crociato, riescono riprendere qualsiasi attività, anche sportiva di alto livello, senza bisogno dell’intervento chirurgico, grazie alla capacità del sistema neuromuscolare di compensare l'assenza del legamento. Non si tratta di fortuna, né di anomalie anatomiche. È fisiologia. Il ginocchio ha due tipi di stabilità: quella passiva, garantita dai legamenti, e quella attiva, garantita dai muscoli e dal sistema nervoso. Quando il LCA viene a mancare, in alcuni individui, il sistema neuromuscolare riesce a supplire alla perdita della stabilità meccanica. Tutto questo a prescindere dall’età, sesso, tipo di sport praticato… e, come ci insegna questa storia, il livello. Il concetto fu introdotto per la prima volta da Frank Noyes, ortopedico americano, nel 1983. Noyes non solo identificò la sottopopolazione di pazienti capaci di funzionare senza chirurgia, ma formulò anche la celebre "regola dei terzi": un terzo dei pazienti con LCA rotto torna all'attività sportiva senza limitazioni (i copers), un terzo riesce a fare sport abbassando le proprie richieste funzionali (gli adapters), un terzo è costretto a rinunciare allo sport a indipendentemente dal trattamento. Una tripartizione che la letteratura successiva ha sostanzialmente confermato, affinandone i criteri ma non ribaltandone la sostanza.
la scelta obbligata
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Quando ho visto la risonanza di Flora, la diagnosi è stata inequivocabile. Ma quello che mi sono chiesto immediatamente non è stato "quando operiamo", bensì "cosa perdiamo se la operiamo adesso". La risposta era semplice: le Olimpiadi. Che non fosse una scelta avventata lo dimostrava il profilo clinico di Flora: tutti i criteri per classificarla come "potential coper" erano presenti. Lesione isolata del LCA senza danni a menischi o cartilagine, instabilità soggettiva minima, nessun episodio di cedimento spontaneo, pattern di attivazione neuromuscolare preservati, risposta positiva ai test di perturbazione propriocettiva eseguiti nei primi giorni dopo l'infortunio. I dati clinici dicevano che Flora poteva farcela. Abbiamo scelto di tentare grazie alla nostra esperienza sull’argomento e la convinzione dello staff, delle persone intorno a Flora e dell’atleta stessa. Quello che ha reso possibile questa storia, infatti, è stato il modo in cui la sfida è stata affrontata: insieme.
un team, una decisione, nessun piano
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Il percorso è stato coordinato da me e dal presidente della Commissione Medica della Fisi con cui lavoro da 20 anni attraverso un processo autentico di shared decision-making: nessuno ha deciso da solo. Tutti si sono assunti la responsabilità collettiva di un percorso senza garanzie in base alle diverse fasi del processo: Federico Bristot come fisioterapista nella prima fase “a secco” in stretta collaborazione con Marco Delladio, fisioterapista della squadra, che ha proseguito la parte fisioterapica sport specifica, Leonardo Pegoretti responsabile della riatletizzazione e Valentino Mori, capo allenatore che ha dettato i tempi per la ripresa sul campo e la parte tecnica. Tutti hanno lavorato in sinergia costante con la Commissione Medica, la Federazione, la famiglia e soprattutto l’atleta, settimana dopo settimana con un solo obiettivo comune. Non avevamo un piano B. C'erano solo Flora, le Olimpiadi, e il lavoro da fare. E quando l'ho vista sul podio, ho pensato che questa è la medicina che vorrei fare sempre.
l'editoriale e la voce di engebretsen
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Questa storia non arriva nel vuoto scientifico. Ho proposto per una pubblicazione poche settimane fa al British Journal of Sports Medicine, un editoriale insieme a Lars Engebretsen, Andrea Panzeri e al team con cui abbiamo lavorato a questa “missione” per portare questa riflessione dove può avere peso in ambito scientifico. Lars Engebretsen non è un nome qualunque: professore emerito all'Università di Oslo, fondatore dell’Oslo Sport Trauma & Research Center, già responsabile delle attività scientifiche della Commissione Medica del Cio e tra le voci più autorevoli al mondo sul trattamento del LCA. Ha dedicato decenni a rimettere in discussione le certezze della sua stessa specialità. Lo ha fatto con una lucidità che pochi chirurghi avrebbero il coraggio di usare: "A un certo punto della mia carriera mi sono reso conto che la chirurgia non funzionava sempre. Così ho iniziato ad aspettare prima di operare, a scegliere l'approccio non chirurgico — e ho scoperto che, non sempre, ma funziona". È la voce dell'esperienza che riconosce i propri limiti. E vale più di mille trial randomizzati. Il coinvolgimento di Engebretsen come co-autore di questo editoriale — che usa il caso di Flora come punto di partenza per interrogarsi sul dogma chirurgico — rappresenta il riconoscimento, da parte della comunità scientifica internazionale di più alto livello, che il tema è maturo per essere affrontato senza tabù e senza difese corporative.
la domanda scomoda
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Il cuore del problema non è tecnico. È culturale. Le mie attuali riflessioni non sono certezze, sono dubbi credo leciti e intellettualmente onesti da chi fa questo lavoro da oltre 20 anni; dubbi che porto con me da quando abbiamo scelto di non operare Flora, e che si sono fatti più nitidi mentre la vedevo gareggiare — e poi mentre la operavamo martedì scorso. Quando un intervento chirurgico di ricostruzione del crociato fallisce — una recidiva, una complicazione, un ritardo nel recupero — la comunità medica lo accetta come parte del rischio calcolato ben descritto in letteratura, come la variabilità a volte inevitabile di un trattamento consolidato. Il chirurgo non viene messo in discussione: ha fatto ciò che si fa. Il sistema regge. Quando invece un percorso conservativo fallisce — il ginocchio cede, l'atleta non torna al suo livello, si produce una lesione secondaria — il medico che ha scelto di non operare si trova spesso solo, esposto al giudizio di una cultura dominante. Ha scelto la via meno battuta. Ha sfidato il protocollo. L'insuccesso diventa colpa. Questa dicotomia di ragionamento è il vero ostacolo all'evoluzione di pensiero del trattamento “custom made” della medicina sul questo tipo di infortunio. La domanda centrale che questo caso pone alla comunità scientifica è netta: siamo davvero disposti ad accettare il fallimento del trattamento conservativo con la stessa benevolenza con cui accettiamo il fallimento di quello chirurgico? Finché la risposta sarà no, il dogma chirurgico non potrà essere messo in discussione — non perché la biologia lo imponga, ma perché il sistema di incentivi e responsabilità non lo consente. Mi chiedo anche: stiamo operando Flora perché la biologia lo richiede davvero, o perché la nostra cultura del crociato non ci lascia un'altra via? L'intervento introduce un trauma aggiuntivo, ha rischi intrinseci alla procedura chirurgica, altera la propriocezione nativa, richiede nuova plasticità neuromuscolare per integrare un tessuto non originale. Non è una scelta neutrale né questione di prese di posizione da tifoso a priori. E’ onestà intellettuale e nel 2026 non abbiamo ancora i dati per affermare con certezza che sia la scelta ottimale a lungo termine... neanche per un'atleta come lei. E se non lo è per lei, per il resto della popolazione che non mira a vincere una medaglia olimpica? La strada da percorrere è impervia e sconosciuta: è quella della standardizzazione dei criteri di selezione, del monitoraggio prospettico sistematico, dei follow-up a lungo termine anche riguardo atleti d’élite considerati potential-coper. Ma soprattutto è quella di una cultura medica che sappia tollerare l'incertezza e distribuire equamente la responsabilità, invece di scaricarla sempre sulle scelte non convenzionali.
la sentenza
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Voglio essere chiaro su un punto che rischia di essere frainteso: operare Flora è stato giusto. Non è stata una sconfitta del percorso conservativo, né una contraddizione. Un'atleta di 18 anni, con anni di freestyle davanti, carichi rotazionali estremi, atterraggi asimmetrici ripetuti per tutta la carriera — la ricostruzione del crociato era la scelta corretta e forse lo sarà anche in futuro. Vale una regola generale che non va dimenticata: più le richieste funzionali sono elevate, più è difficile che un atleta rimanga potential coper. Il trattamento conservativo potrebbe non essere una soluzione definitiva per chi vive ai limiti biomeccanici dello sport d'élite. Ma quando si può parlare di “fallimento di trattamento conservativo” in modo oggettivo e onesto, se la scelta è stata condivisa? Flora è stata operata perché era giusto così, lo ripeto. E forse anche perché, io per primo, non ero del tutto pronto ad accettare l'idea di lasciarla senza intervenire. È onesto dirlo. Il caso di Flora non dice che gli atleti non debbano essere operati. Anzi: spesso devono esserlo, per più fattori, e prima si fa meglio è. Dice qualcosa di più circoscritto e prezioso: che in certi casi selezionati, con il profilo clinico giusto e il tempo giusto, si può provare. Che esiste una finestra — stretta, non garantita, da monitorare con rigore — in cui il sistema neuromuscolare può compensare abbastanza da permettere un obiettivo irripetibile. E che quella finestra, se non impariamo a riconoscerla, non la vediamo nemmeno. Il dubbio che voglio lasciare alla comunità scientifica non è sul se operare, ma sul coraggio culturale di provare prima nei casi in cui i dati lo consentano. Saremo capaci di costruire criteri condivisi per riconoscere quei casi? Di assumerci insieme la responsabilità di una scelta non convenzionale? Di accettare il suo eventuale fallimento con la stessa serenità con cui accettiamo quello della chirurgia? Sono domande aperte. Le pongo senza certezze. Come scrisse Manzoni, "Fu vera gloria? Ai posteri l'ardua sentenza". La sentenza non è sul ginocchio di Flora — quello tornerà a volare. È sulla medicina sportiva: sapremo imparare da questa storia? Per ora, mi fermo su una immagine che mi porterò per anni da Livigno. Flora Tabanelli, 18 anni, ragazza speciale, bronzo olimpico, con un ginocchio senza crociato. Una storia che non si ripeterà facilmente — e che per questo vale la pena raccontare, studiare, e ricordare. E quell’ultimo salto e atterraggio mi resteranno negli occhi e nel cuore per tanto tanto tempo










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