L'azienda fondata nel 1923 a Erba è passata dalla realizzazione di stampi e prodotti forgiati conto terzi a un ruolo da protagonista anche nei principali campionati sportivi a due e quattro ruote. Con Roberto Ciceri, presidente e amministratore delegato del gruppo lombardo, abbiamo parlato del presente e delle prospettive future del marchio
14 aprile - 18:23 - MILANO
Dalla fondazione, avvenuta nel 1923 a Erba (in provincia di Como), come stamperia per la realizzazione di stampi e prodotti forgiati conto terzi, a un ruolo da protagonista in Europa nella produzione di utensili e attrezzature da lavoro per gli specialisti della meccanica, della manutenzione industriale e dell'autoriparazione. Oggi, dopo oltre un secolo di attività avviate da Alessandro Ciceri, il gruppo Beta ha la sua sede principale a Sovico, nel cuore della Brianza, conta 12 filiali nel mondo (fra cui una in Brasile, una in Cina e una negli Stati Uniti), 10 stabilimenti, oltre mille dipendenti (erano 1.032 alla fine del 2024) e 252 milioni di ricavi (ha chiuso il 2024 a quota 251,491). Una storia ricca di successi anche in ambito sportivo, con il successo di Vittorio Brambilla al volante della March Beta, al Gran Premio di Austria del 1975 di Formula 1, e in MotoGP, in qualità di partner tecnico dei top team della classe regina. Della storia del marchio, nel frattempo gestito dalla quarta generazione, del presente (fra acquisizioni di altre aziende e l'investimento di un milione di euro stanziato nel maggio del 2025 per gli stabilimenti italiani di Castiglione d'Adda e di Sovico) e delle prospettive future ne abbiamo parlato con l'ingegner Roberto Ciceri, presidente e amministratore delegato del Gruppo Beta.
Ripensando all'intero percorso della sua azienda, quali sono stati i momenti più significativi — positivi e sfidanti — che ne hanno segnato la crescita?
"Come per ogni attività imprenditoriale consolidata, anzitutto l'hanno di fondazione dell'azienda, quello di 103 anni fa, in cui il mio bisnonno ha avuto il coraggio di avviare un'attività atipica per il contesto in cui si trovava. Poi il 1939, anno in cui è stato depositato il brand Beta che identifica ancora oggi la produzione d'eccellenza dei nostri utensili professionali. La scelta quindi, a fine Anni 60, di entrare da protagonisti come partner tecnico e di sponsorizzazione nel mondo del racing automobilistico, fino ad arrivare a sponsorizzare interi team di Formula 1 (March, Surtees, Arrows) negli Anni 70 e collaborare con molti altri: Ferrari, McLaren, Brabham, Lotus per citarne alcuni dei più noti. Una collaborazione che si è poi estesa al mondo del racing motociclistico, con partnership che vanno oggi da Ducati ad Aprilia a Yamaha".
Qual è l'insegnamento più importante che ha tratto dalla sua esperienza di manager/imprenditore?
"Avvertire da subito il significato della propria posizione nel contesto economico e sociale in cui operiamo, quindi la responsabilità inequivocabile che ne deriva nei confronti di questo contesto, e la scelta di come interpretare ed impegnarsi su questa responsabilità nell'azione quotidiana della nostra azienda. Infine, l'orgoglio e la soddisfazione di vedere realizzata questa volontà con impegno da ogni nostro collaboratore".
Qual è il vostro rapporto con l'italianità e il Made in Italy?
"Morboso e permeante. Ideiamo, progettiamo e realizziamo incessantemente nuovi prodotti e soluzioni nei nostri dieci stabilimenti italiani, ispirando spesso l'azione di molti nostri competitors esteri. Abbiamo portato per primi, negli Anni 60, un concetto di design a prodotti, in verità spesso bruttini, che fino ad allora venivano valutati solo in base a requisiti di prestazione meccanica. Anche oggi, con le nuove linee di arredo dei posti di lavoro abbiamo affermato l'importanza e il privilegio di poter contare appunto sulla nostra italianità. Che si rivela sia nella progettazione e design di soluzioni customizzate che nella cura estrema della realizzazione di ogni prodotto".
Quale consiglio si sente di dare ai giovani imprenditori che vogliono crescere in Italia?
"Anzitutto lo stesso che darei a giovani imprenditori esteri, più un monito che un semplice consiglio: individuate con rigore e garantitevi la presenza, nel vostro progetto imprenditoriale, di ogni ingrediente preliminare necessario al suo avvio e poi alla sua realizzazione. Strizzando poi l'occhio invece al solo giovane italiano, per anticipargli che la sua italianità lo porterà occasionalmente a confrontarsi e su vari fronti con qualche momento di apparente sconforto, ma confermargli che ben più spesso proverà la sensazione di avere un paio di marce in più rispetto ai suoi giovani colleghi stranieri".
La Gazzetta dello Sport
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