L'imprenditore ha rilevato il glorioso club piemontese la scorsa estate, evitando il secondo fallimento in due anni e riportandolo in quarta serie con 4 giornate di anticipo
Una squadra iscritta al campionato all'ultimo secondo, costruita in una settimana, senza direttore sportivo. Una presidenza nata sotto un tiglio, in un giardino del Monferrato. Se sembra una storia improbabile, è perché lo è. Ma è anche una storia vincente. È da qui infatti che è ripartita l’Alessandria: da una piazza che aveva voglia di tornare grande e da un presidente che di mestiere fa numeri, non calcio. Antonio Barani, classe 1984, imprenditore nel settore delle energie rinnovabili, fondatore di Renergia e oggi alla guida del family office Santa Devota, che investe tra agricoltura, ambiente, immobiliare ed energia, l’ha presa così: come una sfida. Personale, prima ancora che sportiva. Il suo gruppo ha rilevato il club la scorsa estate, salvandolo dal secondo fallimento in due anni e riportandolo subito in Serie D, con quattro giornate di anticipo.
Presidente Barani, lei viene dal mondo dell’imprenditoria. Com’è arrivata la decisione di acquisire una società calcistica? E perché proprio l’Alessandria?
“Il mio ingresso nel progetto dell'Alessandria Calcio è un caso, ma da imprenditore ho fatto del caso una ragione di vita. Il seme di questo mio avvicinamento è stato il trasferimento con la mia famiglia nel Monferrato, una scelta di vita. Non credevo che l’Alessandria fosse in vendita, non lo sapeva nessuno. Poi ho scoperto che anche l'anno scorso, dopo aver vinto la Promozione, la società era in enorme difficoltà e stava fallendo. Ho messo i 7.000 euro necessari per iscriverla al campionato all'ultimo secondo. Da lì è diventata una sfida personale: volevo vedere se, anche in un business così distante dal mio sarei riuscito a far bene”.
È vero che è stato un gruppo di tifosi a chiederle di salvare la loro squadra del cuore?
“In realtà la persona che mi ha proposto di rilevare l'Alessandria Calcio è il mio giardiniere, parte del gruppo di tifosi ‘Museo Grigio’. La mia presidenza nasce davvero sotto un tiglio, nel mio giardino. Questa persona, che mi dava del lei nonostante lavorasse da anni a casa mia, mi ha fatto capire che acquistare il club poteva essere una possibilità. La cosa mi ha incuriosito. Il mio family office ha visto un’opportunità: rilevare una società dal fallimento e farla rinascere. Alla fine mi sono ritrovato con una squadra in Serie D, con il blasone dell’Alessandria, pagata un decimo rispetto a quanto costerebbe oggi una società simile.”
Che situazione ha trovato quando è intervenuto?
“Un’Alessandria vicina al fallimento da un punto di vista finanziario, con un presidente uscente molto disponibile che mi ha detto chiaramente: ‘Questa cosa è più grande delle mie possibilità’. Aveva vinto la Promozione, ma alla fine ci aveva rimesso tanti soldi e non riusciva più a sostenere la situazione. Non c’è stato conflitto, anzi: era quasi un ‘arriva tu e salvala’”.
Abbiamo costruito la squadra in una settimana: i giocatori stavano in fila fuori da casa mia per contrattare
Antonio Barani
E come si ricostruisce una società sull’orlo del fallimento?
“La cosa bella, anche un po’ romantica, è che abbiamo costruito la squadra che ha vinto il campionato in una settimana, a casa mia. L’Alessandria non aveva nemmeno una sede, era fatiscente. Così abbiamo invitato tutti nella mia azienda agricola nel Monferrato. Ricordo una scena surreale: fuori da casa mia i giocatori in fila, sotto il caldo, che aspettavano il proprio turno per contrattare. Sembrava la coda fuori dal medico della mutua”.
Qual è stato il ruolo dell’allenatore Alberto Merlo nella ricostruzione?
“È stato più vicino alla figura dell’allenatore-manager: aveva mantenuto i contatti con i giocatori, che fino all’ultimo avevano sperato che qualcuno salvasse la società. Calciatori che non prendevano lo stipendio, ma erano ancora lì. Io ho ridato loro il logo, la possibilità di giocare con questa maglia storica: per loro è stato un sogno, e a loro volta si sono fidati. ‘Questo è il nuovo presidente? Perfetto’. Firmavano e ci vedevamo al primo allenamento. Mi ha stupito molto. Merlo ha gestito anche aspetti che normalmente competono a un direttore sportivo. Ha avuto spazio, un budget più alto della categoria e ha costruito una squadra non solo vincente, ma dominante”.
Avete vinto il campionato, conquistando la promozione con quattro giornate di anticipo e anche la Coppa Italia regionale. Siete in semifinale in quella nazionale… Se lo aspettava?
“Non me l’aspettavo così in fretta. Avevo capito che la squadra fosse forte, ma non pensavo così tanto. Quello che non avevo considerato da imprenditore è la motivazione non economica. Io ragiono per numeri, KPI e risultati. Qui invece è emerso l’amore per la maglia. Ho scritto una lettera a tutti a inizio stagione: l’obiettivo era la Serie D. Tutti erano focalizzati sulla vittoria, dal presidente al magazziniere: anche lui avrebbe preso un bonus in caso di promozione”.
Ora manca solo la ciliegina sulla torta…
“La Coppa Italia Nazionale, per esempio, non è una cosa che avevo considerato. Non avevo pensato di dover andare a Gorizia o a Urbino con 30 ragazzi. Però è una soddisfazione vederci lì. Vincere anche quella sarebbe come un piccolo triplete…”.
L'alessandrino vuole i fatti: io lavoro tanto e parlo poco, mi avvicino molto all'esigenza di questa città
Antonio Barani
Com’è il suo rapporto con i tifosi e la città?
“L’alessandrino è diffidente e non è abituato a una figura come la mia. Io non sono il classico imprenditore-tifoso che realizza un sogno rilevando la squadra del cuore. Sto diventando tifoso, anzi, adesso lo sono quasi fin troppo. Una persona mi disse una volta: ‘Ad Alessandria non ti chiedono chi sei, ma ti chiedono chi ti credi di essere’. Io, lavorando tanto e parlando poco, mi avvicino molto a questa esigenza: quella di una città che vuole trovare un riscontro nei fatti”.
La Serie D è un punto di arrivo o di partenza?
“Fino a otto mesi fa non avrei mai pensato di possedere una squadra. Oggi, per quello che sono, la mia squadra deve stare tra i professionisti. Non sono un sognatore: se devo raggiungere un obiettivo, come per ogni mia azienda, deve essere alla portata. Il dilettantismo non può essere il nostro punto di arrivo. Poi sicuramente non sarò io a portare l’Alessandria in Champions League, come mi chiedono i tifosi…”.
Sognare con un limite, quindi…
“Non sono Hartono: è vero, il Como pochi anni fa era in Serie D e ora lotta per la massima competizione europea, ma io sono una persona pragmatica che conosce le proprie possibilità. Con me l’Alessandria può arrivare tranquillamente in Serie C, poi vedremo. Il calcio sta cambiando, ho un network importante. Se il progetto cresce, non escludo dinamiche già viste nelle mie aziende. Ma prima bisogna arrivare tra i professionisti: è lì che si crea valore. Ci sono molti fondi interessati a squadre di Serie C, soprattutto a club con il blasone e la storia dell’Alessandria”.
Reputa che non essere un uomo di calcio sia stato un vantaggio?
“Indubbiamente. Ogni volta che ho preso decisioni ‘da calcio’, di pancia, ho sbagliato. Quando ho ragionato da imprenditore, sui numeri, che è quello che so fare, ho fatto scelte giuste. Prima d’ora non ho mai avuto una squadra del cuore, non ho mai giocato a calcio. Vedo questo come un progetto a cui tengo molto: prendere qualcosa dal fallimento, costruire valore e portarlo a un livello superiore. Finché resterò lucido, continuerò a fare bene. E anche l’Alessandria”.







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