Aular, dalle pizze per Glovo al Giro con la Movistar: "Ora mi rendo conto di dove sono arrivato"

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Il corridore venezuelano consegnava cibo come rider. "Non è stato facile, è grazie a Dio se ce l'ho fatta"

Nel Giro d’Italia, la storia non si scrive soltanto con i nomi dei vincitori o con le maglie che si tingono di rosa. A volte, prende il volto silenzioso e tenace di chi arriva da lontano, portandosi addosso chilometri di vita prima ancora che di strada. È il caso di Orluis Aular. Nato a Nirgua, in Venezuela, il 5 novembre 1996, Aular oggi corre tra i grandi del ciclismo mondiale con la maglia della Movistar. Ma la sua traiettoria non ha mai avuto la linearità di una volata lanciata su un viale perfetto. 

CHE STORIA

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È stata piuttosto una salita lunga, irregolare, spesso solitaria. Il Giro d’Italia lo conosce già: lo ha assaggiato lo scorso anno. Nel suo debutto, la corsa rosa gli ha regalato subito il sapore dell’alta intensità, quando nella prima tappa, la Tirana-Tirana di 160 chilometri, si è ritrovato immerso nello sprint che ha incoronato Mads Pedersen, davanti a Wout van Aert e a lui stesso, terzo. Ma prima delle luci del World Tour, prima dei traguardi affollati e delle telecamere, c’è stato un altro Aular. Uno che pedalava e, insieme, lavorava per vivere. Consegnava cibo come rider per Glovo, attraversando Madrid con uno zaino sulle spalle e la determinazione di chi non ha alternative, ma solo una direzione: andare avanti. "Ho dovuto lavorare per mantenermi”, ha raccontato al quotidiano spagnolo Marca, ricordando quegli anni in cui la bici non era ancora un destino, ma una scommessa notturna dopo giornate di fatica. Viveva a Navalcarnero e ogni giorno faceva la spola con Madrid, tra turni, treni e allenamenti rubati al tempo. Una doppia vita consumata sull’asfalto. Eppure, già allora, qualcosa si muoveva. Un cugino, un padre, una bici trovata quasi per caso. Il calcio e il baseball erano stati tentativi, ma la strada giusta si è rivelata quella su due ruote. “Ho provato e ho visto che potevo diventare un buon ciclista”, ha ricordato. Da lì, nulla è stato semplice, ma tutto è diventato possibile. Oggi il suo palmarès racconta un corridore cresciuto a forza di vittorie costruite con pazienza: tappe e classifica alla Vuelta a Venezuela, successi in Portogallo alla Volta ao Alentejo, titoli nazionali in linea e a crono, e la sensazione costante di un atleta in evoluzione. Nel presente, sogna in grande senza sembrare mai distante dal suolo: vincere tappe nei Grandi Giri, lasciare il segno nelle Classiche. "Oggi mi rendo conto di dove sono arrivato e so che non è stato facile. Tutto il lavoro, la progressione... ma ho saputo affrontarlo sempre con entusiasmo. Spero che i giovani trovino in noi la motivazione per avvicinarsi a questo sport". E nella sua ricerca di un'altra vittoria, non dimentica da dove è partito. La fede, la famiglia, e quella gratitudine che ripete come un mantra: “È grazie a Dio se sono qui”. Nel Giro d’Italia, dove ogni corridore cerca la propria leggenda, Aular continua a scriverne una che non parla solo di sport. Parla di riscatto. E di una bici che, un giorno, ha cambiato tutto.

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