Antonelli, Sinner e... ma se manca il calcio, perdiamo tutti

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L'Italia e la Nazionale hanno bisogno di idee. Senza il pallone, viene meno uno dei pochi linguaggi comuni del nostro Paese

Arianna Ravelli

Giornalista

4 aprile - 11:20 - MILANO

Non è questione di sport professionistici o dilettantistici, naturalmente, frase espressa malissimo che voleva sottolineare differenze normative ma che è suonata come sminuente verso i successi altrui e alibi verso i propri fallimenti, ma non sarà così facile (per lo spirito prima che per i conti) colmare la voragine provocata dallo sprofondo del pallone. Ci esalteremo, e renderemo il giusto merito all’esplosione di Kimi Antonelli, alla corsa di Jannik Sinner per tornare n.1 al mondo, alle pieghe di Marco Bezzecchi e ai meravigliosi successi della nouvelle vague del nuoto o dell’atletica, ma, come ha detto Massimo Gramellini sul Corriere, non è la stessa cosa. Perché in questi giorni di retorica è giusto anche riconoscere che il rapporto che lega il calcio al Paese è qualcosa di profondo e viscerale: lo è sempre stato e, nonostante tutto, lo è ancora oggi. Non c’è niente che abbia lo stesso impatto sociale (e che dia la stessa visibilità/potere). Non è un giudizio di valore, è un fatto. Quando Sinner smetterà di vincere (speriamo tra 30 anni) difficile che se ne occuperà il Parlamento.

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