(di Antonino Caffo)
Molte illusioni, pochi benefici
concreti. Le aziende di intelligenza artificiale non hanno
ancora mantenuto le promesse fatte sugli impatti positivi della
tecnologia. Lo ha scritto l'amministratore delegato di
Anthropic, Dario Amodei, in una serie di messaggi pubblicati sul
social X.
Amodei ha definito questa la critica più fondata che si possa
muovere oggi al settore. "La responsabilità è interamente
nostra", ha spiegato, aggiungendo che è su questo, e non sui
messaggi di marketing, che si dovrebbe concentrare lo sviluppo
delle soluzioni di IA. Il punto debole è, per l'ad, continuare a
fare parallelismi con strumenti che attualmente non esistono,
non pubblicamente almeno, come quelli per la cura del cancro.
"L'unica cosa che funzionerà davvero sarà curare il cancro", ha
ribadito, "con le sole promesse, molti pensano che l'IA sia solo
un inganno".
A tal proposito, Anthropic sta accelerando gli sforzi in
biologia e medicina, con i "primi segnali tangibili" previsti
nei prossimi mesi.
Amodei è intervenuto rispondendo all'investitore Gavin Baker,
secondo cui i toni allarmistici del manager sui rischi dell'IA,
soprattutto quelli derivanti dall'Agi, la prossima intelligenza
artificiale "generale", che potrebbe pensare e agire come e
meglio degli uomini, avrebbero contribuito alla sfiducia
pubblica verso la tecnologia. L'ad ha respinto l'accusa,
parlando di una crisi più ampia.
Ammissioni simili sono arrivate negli ultimi dodici mesi anche
da altri vertici del settore. L'amministratore delegato di
OpenAI, Sam Altman, lo scorso agosto aveva paragonato il clima
attuale a quello della bolla delle "dot-com" di fine anni
novanta, definendo "non razionale" il fatto che startup di poche
persone raccolgano finanziamenti miliardari e prevedendo che
"qualcuno perderà somme ingenti di denaro". Nonostante
l'ammissione, OpenAI ha confermato piani di spesa per trilioni
di dollari in infrastrutture.
Ad analoghe conclusioni era arrivato l'amministratore delegato
di Alphabet, Sundar Pichai, che in un'intervista alla Bbc aveva
riconosciuto "elementi di irrazionalità" nel ciclo di
investimenti sull'IA, proprio come agli albori di internet.
Pichai aveva ammesso che nessuna azienda sarebbe immune, Google
compresa, in caso di scoppio della bolla. Quattro anni fa, Big G
spendeva meno di 30 miliardi di dollari l'anno in IA.
Quest'anno, la cifra ha superato i 90 miliardi di dollari.
Peraltro, in un suo recente articolo, la Bce ha sottolineato
come il "rally innescato dall'intelligenza artificiale nel
settore tecnologico", abbia portato le valutazioni di Borsa a
livelli "che non si vedevano dalla bolla delle dot-com",
esponendo le famiglie europee alla tecnologia statunitense,
"valutata in 440 miliardi di euro".
Il tema di fondo, secondo molti analisti, riguarda lo scarto tra
le promesse comunicate al pubblico e i risultati finora
verificabili.
L'indagine "2026 AI-Powered Consumer Report" dei ricercatori di
Prophet segnala che l'uso dell'IA generativa tra i consumatori è
salito al 73%, dal 45% del 2024, ma con un calo del 30%
nell'entusiasmo verso la tecnologia.
Per il Pew Research Center, il 50% degli adulti statunitensi si
dice più preoccupato che ottimista per la diffusione dell'IA
nella vita quotidiana, contro il 10% di pareri favorevoli. Nel
2021 la quota dei timorosi era al 37%.
E per le aziende non va meglio: se in passato si pensava che
l'uso dell'intelligenza artificiale potesse permettere alle
imprese di incrementare produttività e ricavi, una ricerca del
Mit ha capovolto le attese, dimostrando come solo il 5% dei
progetti basati sull'IA raggiunga un impatto significativo.
Stessa sorte di un report di S&P Global Market Intelligence,
per il quale il 42% delle aziende ha abbandonato la maggior
parte delle proprie iniziative di IA nel 2025, in aumento
rispetto al 17% del 2024. Il 46% dei progetti viene scartato
prima ancora di arrivare in produzione a causa di costi elevati,
problemi di sicurezza e difficoltà nel gestire la privacy dei
dati condivisi.
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