Andrea Mancini: "Raccomandato? Sì, ma cammino da solo. Vorrei essere il ds di papà, così..."

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Il figlio dell'ex ct oggi è il direttore sportivo della Samp: "Sono cresciuto accanto a lui. Ho scoperto Leoni a Padova e l'ho preso l'ultimo giorno di mercato. A mio padre segnalai Valverde e Pogba, parlai al Barcellona di Pio Esposito"

Alberto Dalla Palma

Collaboratore

27 agosto - 07:52 - MILANO

Ha giocato nelle squadre che allenava suo padre, Lazio, Inter e Manchester City, passando anche dal Bologna prima di andare all’estero e mettersi in gioco dove il nome di Andrea Mancini era meno pesante. Figlio di papà, raccomandato e stipendiato: gli hanno detto di tutto e dappertutto e lui non nasconde i vantaggi di essere figlio di Roberto, ct campione d’Europa e icona degli scudetti Samp e Lazio. "Devo dire la verità? Il nome mi pesava molto di più quando giocavo perché erano inevitabili i paragoni con mio padre. Ma i colpi di tacco non si insegnano e non si imparano, fanno parte dell’istinto. Io non avevo la sua classe ma ci ho provato lo stesso", racconta Andrea, 33 anni, di nuovo ds della Samp dalla primavera scorsa. "Ero già stato a Genova due anni prima, poi il club aveva scelto un’altra strada". 

Alla Samp era arrivato grazie a suo padre?

"Oggi sarei un bugiardo se dicessi che essere figlio di Roberto Mancini non mi ha portato dei vantaggi. Mi ha aperto tante porte, da ragazzo e anche da grande, ma poi uno se non vale non va avanti".

L'ex ct della nazionale italiana Roberto Mancini ha reso omaggio al presidente Paolo Mantovani presso il cimitero di Bogliasco, prima di assistere all'allenamento dei giocatori sotto le direttive di Alberico Evani e Attilio Lombardo. Genova, 09 aprile 2025. ANSA/LUCA ZENNARO

Infatti la sua carriera di calciatore è finita presto.

"Ho giocato in squadre legate a lui. Ho insistito, pensavo di poter sfondare come attaccante ma a un certo punto ho scelto l’estero: Ungheria, Spagna, Stati Uniti, ho fatto esperienze ovunque e oggi devo dire che mi sono servite per crescere. Cammino da solo, voglio arrivare e restituire quello che mi ha dato papà".

Lei ha scoperto Leoni, andato al Liverpool per 37 milioni.

"Andai a vedere una partita del Padova di Coppa Italia di Serie C, contro il Pontedera, nel dicembre 2023. Questo ragazzo mi impressionò subito, io anche quando giocavo cercavo di capire il valore di compagni e avversari".

E lo segnalò subito alla Samp.

"Ovvio, al mio capo scout Lorenzo Giani. Anche lui lo aveva notato in qualche video. Aveva qualcosa di diverso dagli altri, quando uno ha talento si capisce. Accadde che il Padova ci chiese Delle Monache: dissi ok, ma vogliamo Leoni. Non se ne fece nulla e Delle Monache andò al Vicenza".

Ma il difensore arrivò lo stesso a Genova.

"L’ultimo giorno di mercato: stavo trattando Alvarez e scoprii che aveva lo stesso procuratore di Leoni. Chiudemmo l’affare in prestito con l’obbligo di riscatto a 1,5 milioni".

Un colpo grosso, insomma.

"Al primo allenamento Pirlo mi disse che era un giocatore fuori dalla norma. Invece con il presidente Manfredi scherzammo a lungo: ti regalo una vacanza se questo ragazzino debutta nella Samp prima di Pasqua. Mi provocò e io andai quasi subito in ferie gratis. Leoni debuttò il giorno dopo il suo arrivo in Samp-Brescia e fu uno dei migliori. È stato rivenduto quasi subito a 4,5 milioni, quando io ero andato via: lo prese il Parma, un vero peccato perché restando un anno in più a Genova sarebbe andato via a 12-15 milioni".

È stato il suo primo colpo vero.

"Ero talmente convinto del suo valore che lasciando la Samp chiamai subito De Rossi. Gli consigliai il giocatore per la Roma, lui parlò con la società ma non riuscì a convincere i dirigenti che sarebbe valsa la pena prenderlo".

Ha mai consigliato un giocatore a suo padre?

"Quando allenava lo Zenit gli dissi che avevo visto un talento assurdo nel Real Madrid Castiglia, Valverde, che poi venne ceduto al Deportivo La Coruna. E poi David Silva: io giocavo nel Valladolid e lui nel Valencia. Lo prese e ha fatto la storia del City".

Non ci basta, vada avanti.

"Con la Primavera del Bologna giocai il torneo di Vignola e affrontai la Under 18 del Manchester United. Chiamai subito mio padre: informati, gli dissi, ho visto un giocatore in mezzo al campo straordinario. Alto, classe immensa, colpo di testa, lancio lungo. Vallo a prendere di corsa. Sapete chi era? Paul Pogba".

Primo incarico alla Fiorentina, accanto a Pradè.

"Gli parlai di Kvaratskhelia, lo avevo visto nel Rubin Kazan nel 2021. Non riuscimmo a prenderlo".

Ha trovato il suo ruolo nel mondo del calcio.

"Mi piace gestire il gruppo e scoprire i giocatori, ho tanto cammino da fare, studio, vedo partite, voglio arrivare da solo".

Lei è stato anche a Barcellona, accanto a Deco.

"Gli parlai di Pio Esposito, talento che farà strada. Ho visto esplodere Yamal, ne hanno altri come lui".

Era bello vivere accanto a papà Mancini.

"Sempre in campo o in tribuna, con qualsiasi squadra. Indimenticabile lo scudetto con la Lazio, bellissimi quelli con l’Inter e il City. Tutte squadre rimaste nel mio cuore".

I suoi talenti più amati chi erano?

"Veron e Mihajlovic a Roma, Yaya Touré, Aguero e Tevez nel City, Ibrahimovic nell’Inter".

Già, Sinisa. Non c’è più, come Vialli.

"All’epoca di Gianluca ero troppo piccolo, è stato il padrino di mio fratello Filippo. Mihajlovic era uno di famiglia: con papà hanno fatto una carriera insieme, i suoi figli sono miei fratelli e Arianna ancora oggi è sempre con mia madre. La nostra è stata una vita in comune, anche d’estate".

Andrea, ha un sogno nel cassetto?

"Fare il ds in un club con mio padre allenatore. Finalmente potrei cazziarlo io per una volta. Non so se accadrà, ma se ci riuscirò ci divertiremo insieme. Ci avevo già provato a maggio scorso, ma per tornare alla Samp non era il momento giusto".

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