Amorim, sergente di ferro e zero compromessi: ecco perché non ha funzionato a Manchester

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Dall'intransigenza sul sistema di gioco alle frizioni interne con la dirigenza: storia di un'avventura mai decollata

Marco Pasotto

Giornalista

16 giugno - 18:17 - MILANO

Il fallimento sportivo delle ultime due stagioni rossonere sta spingendo i tifosi verso una sorta di pessimismo cosmico. Dirigenti che saltano, panchina che non riesce a trovare un timoniere stabile, la concorrenza che ascolterà la musica buona della Champions: tutto concorre ad amplificare il disagio e la nomina di Amorim per il momento non serve a rasserenare il cielo. Chi vuole vedere sempre e comunque tutto nero ha gioco facile nel sottolineare com'è andata l'ultima esperienza del portoghese (dimenticando un po' troppo comodamente la parte di curriculum precedente): male, è un dato di fatto. A Manchester, sponda Red Devils, non è andata come tutti si attendevano. Amorim è sbarcato a Old Trafford con le stimmate del predestinato, del giovane coach in rampa di lancio, il "New Special One", e non ha mantenuto le promesse. Ma come mai?

media

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Una parte del popolo rossonero mette sullo stesso piatto la situazione dei due club. Trovando alcuni punti di contatto. Amorim a Manchester era arrivato in un club di grande tradizione, in crisi da tempo, che necessitava di essere riedificato in termini sportivi e dirigenziali, che doveva ritrovare appeal, competitività e organizzazione: la tesi - condivisibile - è che la situazione al Milan sia a grandi linee la stessa. E quindi - è la conclusione del ragionamento -, se là è finita male... Va comunque detto che lo United, quando è arrivato l'esonero di Amorim, era sesto, a tre punti dal Liverpool quarto. In altre parole, in piena corsa per la Champions (l'Inghilterra - beati loro - ha diritto a cinque posti). Poi, certo, il suo score complessivo era deficitario: 25 vittorie, 15 pareggi e 23 sconfitte, 122 gol fatti e 114 subiti, media punti decisamente bassa (1,43). Di sicuro non quella svolta che si attendevano tutti.

il sistema

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Uno dei due problemi principali è stata l'intransigenza tattica. Amorim ha ben chiaro in mente il suo sistema di gioco, da cui non intende derogare: si sta fra il 3-4-2-1 e il 3-4-3. Altro non è concepito, né ammesso a meno di epidemie in spogliatoio. La coerenza è un pregio, l'intransigenza però può rivelarsi un atteggiamento miope, e se poi si trasforma in ostinazione diventa autolesionismo. Soprattutto quando ci si ritrova in mano una rosa costruita per giocare col 4-3-3. D'altra parte - giusto per capire il personaggio - per spiegare l'incrollabile fede verso il suo sistema tattico aveva pronunciato anche queste parole: "Nessuno potrà mai convincermi (ad abbandonarlo, ndr), nemmeno se me lo chiedesse il Papa in persona". Ecco. Un altro fattore che gli è stato imputato è strettamente legato a questo aspetto: e cioè aver messo giocatori fuori ruolo (o comunque fuori posizione) pur di non modificare l'assetto di riferimento. Diventa una crocifissione quasi automatica in un ambiente spazientito da anni di tribolazioni (lo stesso che troverà a Milano). Quando poi, sul finale, Amorim ha cambiato spartito, lo ha fatto per la pressione che gli aveva messo la dirigenza, ma quel cambio è stato l'inizio della fine.

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"La cosa più importante per me è l'identità. Ciò che posso dire è che si vedrà un'idea, io voglio vincere con un'idea", raccontava prima di debuttare sulla panchina dello United. Un manifesto programmatico che, a parole, giustificava serenamente gli 11 milioni sborsati per la sua clausola dai Red Devils allo Sporting Lisbona. Non c'è stato seguito perché i risultati non lo hanno permesso. E a un certo punto sono saltati i nervi. I rapporti tra tecnico e dirigenza sono diventati sempre più tesi, si è parlato di una lite con l'allora neo ds Wilcox, fino al dopo gara con il Leeds dello scorso 4 gennaio, quando Amorim alzò il livello dello scontro rispondendo così a una domanda di mercato: "Io sono qui per fare il manager, non semplicemente l'allenatore", aveva ringhiato sebbene non gli fosse mai stato assegnato formalmente un ruolo alla Ferguson. Poche ore dopo il club ha ufficializzato l'esonero. Volendo sintetizzare il carattere del portoghese: tosto, nemico dei compromessi, sia sul campo che nelle relazioni interne. Qualcosa di cui Ibrahimovic e - se arriveranno - Krösche e Hardung dovranno tenere conto.

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