Il nuovo c.t. dell’Italia di ciclismo: “Il tumore è come una corsa a tappe: giorni buoni e altri meno, ma con l’obiettivo finale della guarigione”. Intanto lavora per riportare la maglia iridata che manca dal 2008
È stato il team manager dell’ultima grande squadra che il ciclismo italiano abbia avuto: è vero, la Lampre ha chiuso i battenti più tardi, a fine 2016, ma Roberto Amadio ha guidato quella Liquigas che contemporaneamente ha potuto contare, tra il 2010 e il 2012, su Vincenzo Nibali e Ivan Basso, Elia Viviani e Peter Sagan… Da corridore, siamo stavolta nella metà degli Anni 80, Amadio si era esaltato in maglia azzurra, vincendo da dilettante il Mondiale dell’inseguimento a squadre a Bassano del Grappa: è stato team manager di recente delle nostre Nazionali e dal 22 novembre, a 62 anni, è passato al ruolo di ct sull’ammiraglia che è stata di Alfredo Martini e Franco Ballerini, raccogliendo il testimone da Marco Villa. “Un onore. Sono grato al presidente Cordiano Dagnoni e alla Federciclismo per la fiducia che mi è stata data”. L’idea è di chiudere il cerchio arrivando a Los Angeles 2028, perché proprio a Los Angeles - nel 1984 - Amadio aveva partecipato ai Giochi Olimpici da atleta. E lo attende una doppia sfida: far rivincere l’Italia, che aspetta un Mondiale su strada in linea da Varese 2008 (Alessandro Ballan) e che da quel momento è andata sul podio solo con Matteo Trentin, argento ad Harrogate nel 2019. E battere un tumore alla prostata scoperto qualche mese fa, di cui parla per la prima volta a Sportweek. “Sì, è proprio una doppia sfida parallela”, conferma.
Amadio, cominciamo proprio da quello che si può definire “un ospite sgradito”. Come lo sta affrontando?
“Come se fosse una corsa a tappe, e dal punto di vista della mentalità essere stato un ciclista… aiuta. È un paragone che mi è venuto spesso in testa. Ci sono i giorni buoni, e i giorni meno buoni. Però ho un obiettivo da raggiungere, senza dubbio. Ben chiaro nel mio spirito. Guarire”.
Ci racconta quando ha scoperto la malattia?
“Qualche mese fa. Ho avuto dei sintomi un po’ strani. E così ho chiamato un amico, il dottor Roberto Corsetti (cardiologo e storico medico di ciclismo che segue ancora la Nazionale, ndr). Un amico di lunga data, ci conosciamo da almeno vent’anni. Lui ha avuto l’intuizione giusta”.
Quale?
“Mi ha mandato a fare subito delle analisi, e poi mi ha consigliato l’unità di urologia del San Raffaele di Milano, e in particolare il professor Francesco Montorsi e il dottor Vito Cucchiara. Mi stanno seguendo come meglio non si potrebbe e sono molto contento, oltre che continuamente monitorato. Sto seguendo una terapia sperimentale, a base di ormoni. Più la tomoterapia, un tipo di radioterapia. Un ciclo che si è concluso proprio ieri, fatto dal lunedì al venerdì al San Raffaele per diverse settimane, e ora si dovranno tirare le prime somme. Devo dire che c’è ottimismo. Dal punto di vista del morale, è stato fondamentale poi il supporto della mia famiglia e degli amici veri, quelli che da sempre più mi sono vicini”.
Perché ha deciso di parlarne?
“Perché questo tema non deve essere un tabù, e soprattutto per lanciare un messaggio importante sul fronte della prevenzione. Io le mie visite le ho sempre fatte, ed è davvero fondamentale. Ne ho parlato spesso con i medici e loro si raccomandano moltissimo: il primo fattore curativo, diciamo, è proprio la prevenzione, specie a partire da una certa età”.
Dicevamo dunque di una sfida doppia…
“Proprio così, e le devo dire che io sono concentratissimo sul seguire i risultati degli azzurri. Anche questo è un buon segno. Senza dimenticare che in questo inizio di stagione sono arrivate, su questo fronte, diverse buone notizie”.
In particolare?
“Premettiamo: contro Pogacar, Van der Poel, Evenepoel… soffrono tutti. Ma se devo giudicare dai primi mesi del 2026… Jonathan Milan in volata si è confermato, e lo stesso ha fatto Filippo Ganna a cronometro. Antonio Tiberi è migliorato molto, al punto che all’Uae Tour lo ha battuto solo un Del Toro in super-forma. Ma ha interpretato la corsa con una certa maturità: prima si limitava a seguire le azioni, stavolta è stato molto determinato ad attaccare, vedi quando ha vinto la tappa in salita”.
E poi quali altre buone indicazioni ha ricevuto?
“Si è confermato Christian Scaroni, dopo un ottimo 2025 chiuso con il podio sfiorato all’Europeo. Vuol dire che no, non è stato una meteora. Bene Zana in Sardegna, e aspetto di vedere anche Ciccone e Bettiol”.
E i giovani finora come si sono comportati?
“Segnali sono arrivati pure in tal senso. Pellizzari è apparso da subito più sicuro, più maturo, e il fatto che la qualità della Red Bull sia aumentata, con l’arrivo di Remco Evenepoel, senza dubbio lo aiuta. Si muove con intraprendenza. Raccagni Noviero è stato maglia bianca al Down Under, Magagnotti si è già piazzato in volata, Finn ha vinto una cronosquadre a Maiorca insieme a Evenepoel, Donati due volate in Sardegna. Le corse le sto seguendo tutte”.
Non tutti se lo ricordano, forse, ma pure a lei era capitato di sfidare, in sella, un Van der Poel…
“Eh sì. In particolare, sono stato battuto da Adrie, il papà di Mathieu, che in carriera ha vinto un Fiandre e una Liegi, tra le altre cose”.
Quando?
“Una tappa del Tour 1987, la più lunga di quella edizione, sui 260 chilometri. Eravamo in fuga, c’erano 5-6 olandesi tra cui lui, con la maglia della Pdm. Io, l’unico italiano. Stavo bene. Ho provato un paio di volte, sugli strappi finali, a fare selezione, ma gli olandesi chiudevano a turno. Poi, la volata: c’era un rettilineo un po’ in salita, ero partito lunghissimo. Mi ha passato negli ultimi 50 metri, feci secondo. Da parte di entrambi c’era stata qualche manovra un po’ al limite, forse con le regole di adesso saremmo stati squalificati… La giuria di allora lasciò l’ordine d’arrivo com’era”.
In sintesi, come si fa a porsi l’obiettivo massimo di vincere contro campioni del calibro che dicevamo?
“Non è semplice, specie perché ormai le corse si animano in modo decisivo pure a 100 chilometri dall’arrivo. Ma noi ripartiremo dal dover essere Squadra con la S maiuscola, sempre e comunque. Senza partire battuti, ma volendosela giocare fino all’ultimo metro perché ogni gara ha la sua storia. Se arrivi terzo dietro a Pogacar e Evenepoel, per dire, è quasi come vincere…”.
Quando dovrebbe essere il suo debutto “fisico” in ammiraglia?
“Assieme al responsabile degli Under 23, Marino Amadori, dovremmo portare una selezione giovane al Tour of the Alps, cinque tappe dal 20 al 24 aprile”.
Un desiderio che vada oltre il risultato sportivo?
“Creare l’atmosfera giusta. Io cerco di sentire spesso i ragazzi, e avverto entusiasmo. Mondiali e Europei sono tra fine settembre e inizio ottobre, si tratta di grandi corse che durano un giorno, ma auspico che la ‘fiamma’ per la maglia azzurra, la scintilla, resti accesa per tutto l’anno. Gli atleti hanno i loro obiettivi con i team, come è giusto che sia. Però il filo conduttore sia la Nazionale: senza arrivare a pensarci, semplicemente, l’ultimo mese prima dell’appuntamento. È questa la migliore delle premesse”.










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