personaggio
Contenuto premium
L'allenatore che vuole il Milan raccontato da chi lo ha visto crescere in campo e fuori. E che garantisce: "Sa quando servono bastone e carota, sa vincere e dare un'identità alla sua squadra. Ma se perde anche solo un'amichevole, per due giorni..."
Lorenzo Cascini e Francesco Albanesi
12 giugno - 13:09 - MILANO
Oliver Glasner ha lo stesso approccio da trent’anni. Lo aveva da calciatore, lo ha adesso da allenatore. Metodico, pratico, attento al dettaglio fino a diventare maniacale. Eppure, non ha raccolto chissà che frutti in carriera, anche a causa di un infortunio che l’ha costretto a dire basta. “Ha rischiato di morire per un ematoma subdurale al cervello. Poi tutto si è risolto e Oliver ha iniziato ad allenare”. Arrigo Sacchi gli direbbe che il fantino non ha mai fatto il cavallo e che si può diventare un grande allenatore anche senza essere stato un grande dieci o aver vinto trofei. Oli - così lo chiamano tutti a Ried, casa sua, nell’alta Austria - è stato un buon difensore, martoriato però dagli infortuni. Ed era già amante degli schemi, della tattica e della psicologia dei calciatori. Chi lo conosce, racconta che passava intere serate a leggere saggi sui comportamenti e sulla psicologia dei componenti di uno spogliatoio. Poi è passato anche a guidarlo in prima linea. “È un uomo di ghiaccio, non lo spaventa la pressione. I giocatori lo amano perché è uno che dice sempre la verità”.









English (US) ·