L’azzurro è compagno e amico del belga dal 2021: "Un leader e un modello, con questo successo entra nella storia"
Edoardo Affini, bronzo mondiale a cronometro e scudiero italiano di Wout Van Aert alla Visma, non ha terminato la sua Roubaix, eppure è ancora in estasi, come se domenica fosse stato lui a sconfiggere Pogacar in volata: "Nessuno più di Wout meritava un successo così speciale", racconta al telefono dalla sua casa olandese nel day-after dell’Inferno del Nord, giorno sempre problematico per il corpo e per la mente.
Affini, com’è questa impresa vista da casa Visma?
"Una grande gioia per lui, per noi, per tutta la squadra. È la prima volta che vinciamo questa corsa, quindi rimarrà nella memoria. Ma penso che tutto il mondo del ciclismo sia contento. In Belgio, poi, il 12 aprile diventerà festa nazionale".
Ci racconti la festa di squadra dopo il trionfo?
"Senza eccessi, però l’evento meritava un brindisi. Siamo tornati in hotel, abbiamo mangiato assieme e passato la serata con squadra e famiglie. È stato anche un modo per chiudere come si deve la prima parte di stagione".
Che rapporto avete, lei e Wout?
"Posso definirmi suo amico: sono quello che nella squadra ha corso più giorni con lui. Spesso condividiamo la stanza durante i ritiri e ricordo ancora la volta in cui ci siamo incrociati per la prima volta. Era il 2020, dopo aver firmato per la Visma gli ho mandato un messaggio per presentarmi, e lui mi ha scritto: “Mi ricordo di te fermo alle Strade Bianche...” (ride, ndr)".
Lei mastica anche il fiammingo, la lingua di sua moglie: comunicate anche così?
"Ci provo. Se ho dubbi su qualche parola, mi aiuta. E a volte anche lui mi chiede delle parole in italiano. È affascinato dal nostro Paese, anzi, innamorato: gli piace tutto. Corse, vacanze, cibo".
Come lo descriverebbe nel privato?
"Wout è il campione di tutti, della gente, un mito vivente dalle sue parti: nelle Fiandre genera lo stesso entusiasmo di Sinner da noi. Il suo tratto principale, però, è l’umiltà: ha sempre i piedi per terra e si fa voler bene da tutti. Però, quando deve farsi rispettare o dire di no, lo fa. Non pensate sia uno “yes man”".
Quali sono i consigli che ha dato in questi anni a lei e ai compagni meno in prima linea?
"L'insegnamento è che non si molla mai nelle difficoltà. Lo ha detto anche lui dopo la vittoria: si può andare a letto svuotati dopo una delusione, ma il giorno dopo deve riaccendersi sempre la scintilla. Ci aiuta molto, anche perché a volte anche lui fa il nostro stesso mestiere: fatica per la squadra e gode nel farlo. Anzi, eccetto Pogacar, è il corridore più completo che esista al mondo".
Ci spieghi meglio
"Lo è perché copre tanti ruoli: può tirare una volata, coprire un buco, attaccare e vincere in solitaria. Può essere decisivo per un capitano, come con Vingegaard al Tour 2022 o con Simon Yates nell’ultimo Giro. E poi va forte su tutte le superfici e sa spingere anche in salita, più di tanti altri. Questo lo rende un autentico leader, un modello per tutti".
Wout, dopo Pogacar, è il corridore più completo che esista al mondo: può tirare una volata, coprire un buco, attaccare e vincere in solitaria. Va forte su tutte le superfici
Quale delusione gli era rimasta più addosso in questi anni?
"Ricordo da vicino la caduta alla Vuelta 2024. Era fortissimo, vinceva le tappe con una facilità disarmante. Quella volta era molto giù anche perché veniva già da altri infortuni: la sfiga non lo ha mai risparmiato... La Roubaix, però, guarisce da tutto e lo mette nella storia. Se gli avessero chiesto di scegliere un successo, lo avrebbe voluto proprio lì. Da adesso, forse, lo vedremo più sereno e spensierato. Sapere di averla vinta gli toglie un peso".
E la sua Roubaix, invece, com’è andata?
"Non bene. Ho fatto cinque settori, poi basta. Non ho avuto un problema specifico, ma non girava molto la gamba: adesso va così... Ma la squadra continua a darmi fiducia: anche se non sono al massimo, riesco a esserci nei momenti importanti. Wout lo sa e si fida molto di me".










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