Aveva 78 anni. Da Imola fino all’ultima casa in Thailandia, è stato maestro ironico e intransigente che ha fatto da ponte tra calcio inglese e italiano, punto di riferimento per colleghi, giocatori e allenatori
È morto a Bangkok la scorsa notte Giancarlo Galavotti, storica firma della Gazzetta dello Sport, per trent'anni corrispondente da Londra per il nostro giornale. Era nato a Imola, fra pochi giorni avrebbe compiuto 79 anni.
Questo coccodrillo abbiamo iniziato a scriverlo insieme. Sapevo che avrei dovuto finirlo da solo, ed eccoci qui: Giancarlo Galavotti se n’è andato uscendo dal mondo da una bella porta thailandese, la sua terza e ultima patria. Ci sentivamo, tra Bangkok e Madrid. Lui con la sua inguaribile ironia. Io intristito dal dolore per la perdita imminente e rallegrato nel vederlo allontanarsi dalla vita senza cedimenti o compromessi. "Prendi nota, prima che la mia testa smetta di funzionare". Ridevamo macabri di ricordi inglesi e attualità italiche, uniti da quello humour British che ci accomunava come l’ammirazione giovanile trasformata con gli anni in feroce critica della società inglese.
le origini
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Anglofili di primissimo pelo che con il vissuto si sono trasformati in fustigatori del nostro grande amore, del quale avevamo conosciuto le bassezze messe sotto il tappeto senza però riuscire a troncare quel rapporto profondo. Giancarlo è stato un precursore per il giornalismo sportivo italiano, un portento per quello inglese, una colonna della Gazzetta dello Sport, un maestro per me. Una figura curiosa, unica, affamata, seria. Odiava il cialtronismo che fiancheggia la nostra professione, non tollerava furbizie, compromessi, ammiccamenti, giochini. Era sincero ai limiti del brutale, ferocemente ironico, duramente lucido. Chiedeva tanto a sé stesso per pretendere tanto dagli altri. Poteva essere antipatico, eccome, ma solo se si annoiava.
da imola
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È partito da Imola, dove affiancando il visionario Checco Costa, padre del Claudio della pioniera Clinica Mobile, aveva contribuito in maniera decisiva a dare un’immagine internazionale al circuito. Perché Giancarlo parlava inglese. Era stato a Londra per la prima volta nel 1965 e ci è tornato in pianta stabile nel 1979. Una Londra povera, stracciona, senza vino e con cibo pessimo. Ma incredibilmente creativa. È rimasto lì fino al 2011. L’inizio è stato durissimo. Senza una lira, lavori precari, solitudine, periferia, incertezza. Radio Londra e la vendita di assicurazioni, la stanzetta col bagno condiviso e il contatore animato (e truccato) dalle monetine. L’apparizione della Gazzetta grazie all’amico Carlo Canzano, il passaggio dai motori al calcio, i primi scoop, l’approdo al bell’appartamento a Chelsea.
la carriera
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Giancarlo fu assunto da Gino Palumbo direttamente a Londra. E divenne l’Inghilterra per il giornalismo sportivo italiano. E non solo: procuratori, dirigenti, calciatori, allenatori, tutti si appoggiavano a lui per un parere, un aiuto, una cena, un consiglio. Kevin Keegan, Gordon Strachan, Liam Brady, Graeme Souness sono solo i primi nomi di grandi giocatori che hanno chiesto lumi a Giancarlo sul loro passaggio in Italia. Alcuni sono venuti, altri no. Si fidavano, perché il Gala era fedele, informato, riservato, e onesto. Con queste qualità è entrato nell’ermetico mondo del giornalismo sportivo inglese. "Parlava inglese meglio di noi", dicevano gli autarchici reporter di tabloid e brosdsheet, dailies e Sundays. Il democratico Giancarlo sapeva stare con gli assatanati colleghi del Sun come con quelli austeri del Telegraph. È diventato uno di loro. L’unico ammesso nel circolo d’oro delle conferenze stampa ridotte. Ed erano i tempi dei "bloody foreigners", i maledetti stranieri. Giancarlo è stato accettato perché aveva insegnato ai colleghi i benefici dello scambio di notizie, perché aveva una lingua appuntita come la loro, perché non risparmiava critiche feroci a una società tanto brillante quanto chiusa e retrograda. Era sincero e disponibile. Portava notizie e buoni ristoranti.
un'istituzione
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Quando in Premier sono arrivati gli italiani Giancarlo era il padrone di casa. Un’istituzione. Non tutti l’hanno capito o apprezzato, non tutti hanno preso la sua mano tesa. E poi c’era Sir Alex. In tanti facevano fatica persino a capire cosa diceva, il Gala con Ferguson ha costruito un rapporto solido e diretto. Lo scozzese nel romagnolo vedeva una persona diversa dagli altri giornalisti, uno interessato alla vita e non alla formazione da schierare. Vedute più alte e ampie. Perché Giancarlo dopo aver sognato altro ha usato il giornalismo sportivo per conoscere il mondo e vivere al meglio. Non aveva una squadra del cuore, non ha mai tifato, accompagnava squadre, allenatori, giocatori, personaggi raccontando ciò che vedeva. Non ha scritto libri. Andava in tv quando glielo chiedevano. La prima volta dopo la tragedia dell’Heysel, che aveva seguito in diretta volando da Bruxelles a Liverpool sull’aereo della squadra. Era andato alla BBC, primo canale, tg nazionale, a dire agli inglesi col suo inglese immacolato che erano degli animali. In Italia per anni a venire ci sarebbero stati colleghi che senza conoscere la sporca e violenta realtà professavano un amore intellettuale per il mondo hooligan. Giancarlo sapeva cosa diceva perché frequentava gli stadi e il Paese. Mi ha accolto a Londra nel 2000 e per 6 anni siamo stati inseparabili. Non smetterò mai di ringraziarlo per questa formazione live fornita senza indugi né calcoli. Non ha avuto figli, ma è stato il mio padre giornalistico. Io lo osservavo e assorbivo. Lui guidava senza dirlo, mostrando la strada a modo suo. Non abbiamo mai avuto bisogno di vederci per sentirci vicini, e sarà così anche ora che se n’è andato. Thanks for the memories Gala, e sì, You’ll never walk alone come ti hanno cantato stanotte a Bangkok per salutarti un’ultima volta.










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