Il 2026 ha portato a Vdp solo successi di contorno, con Pogacar sempre davanti nei grandi appuntamenti. Al Tour la vittoria è un contentino in una stagione non all'altezza del suo immenso livello
Mathieu van der Poel era un bambino quando si aggirava per l’immensa sala stampa del Tour de France saltellando dietro il famoso nonno, Raymond Poulidor, che lo presentava a tutti gli amici dicendo "ecco il mio petit phénomène, un giorno scriverete di lui", e noi a sorridergli comprensivi, "sicuro Poupou, questo ragazzino è destinato a grandi cose", ma ovviamente nessuno ci credeva davvero, si sa che i nipoti sono la più bella cosa, ma ci vogliono forse dieci, venti, o magari trent’anni perché nasca un campione vero. E di fenomeni ne capitano anche meno. Però, adesso lo sappiamo, monsieur Poulidor non si era sbagliato. Quel bambino, figlio minore della sua Corinne e del campione olandese Adrie van der Poel, è diventato un fenomeno sul serio. Uno di quelli che hanno rovesciato il ciclismo negli ultimi dieci anni, uno dei più vincenti di sempre.
l'eredità
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Nipote e figlio di due campioni, avrebbe potuto perdersi nei paragoni, ma perdersi è qualcosa che non gli riesce benissimo: così ha vinto molto più di entrambi. Su strada un campionato del mondo, due Milano-Sanremo (2023 e 2025), tre volte il Giro delle Fiandre (2020, 2022 e 2024) e tre Parigi-Roubaix (2023, 2024 e 2025), per limitarci alle classiche Monumento. Otto Mondiali élite nel ciclocross, un Mondiale gravel, in Mtb un bronzo ai Mondiali 2018 e un campionato europeo. Una tappa al Giro d’Italia, la maglia rosa, e soprattutto la maglia gialla che a suo nonno Poupou era sempre sfuggita (non a suo padre Adrie, che era stato leader per un giorno nel 1984). E adesso con questa di Ussel, nel Massiccio Centrale, le vittorie al Tour sono tre, con un successo fortemente inseguito in una delle pochissime occasioni che questa Grande Boucle riservava a uno specialista da classiche come lui.
senza pressione
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Mathieu è arrivato al Tour con il cuore pieno e leggero al tempo stesso. Lui e Roxanne avevano appena rivelato che a gennaio nascerà il loro primo figlio, una notizia che mette tutto il resto in una prospettiva diversa: Mathieu smetterà definitivamente di essere nipote e figlio d’arte, e sarà prima di tutto un padre. A gennaio compirà trentadue anni e ha già detto che trentatrè potrebbe essere una buona età per smettere, dopo i Giochi di Los Angeles. Non sarà facile prendersi l’oro nella mountain bike, quello che insegue da sempre, ma il sogno di chiudere il cerchio perfetto van der Poel ce l’ha. Quest’anno dalle classiche non ha ottenuto quello che sperava: dopo il debutto vincente alla Omloop a fine febbraio e i due successi alla Tirreno (San Gimignano e Martinsicuro), la Milano-Sanremo era stata una piccola spina (ottavo posto, con Pogacar che era andato a pascolare nel suo prato) e sul pavé non c’era stata rivincita. Mathieu aveva vinto ad Harelbeke, magari illudendosi che le pietre lo avrebbero fatto sentire a casa, ma poi era arrivato secondo al Fiandre, ancora dietro al solito Pogacar, e giù dal podio a Roubaix, nel giorno di gloria di Wout van Aert, suo rivale da quando erano bambini. Fino a quest’anno van der Poel era stato l’unico a tenere testa a Pogacar, e a togliergli qualcosa. Ma il 2026 è stato tutto dalla parte dello sloveno. Mathieu ha chiuso la stagione delle classiche con quattro vittorie e nessuna Monumento, senza contare il consueto furore che gli aveva fatto dominare l’inverno del ciclocross. Si è ripresentato a metà giugno al Tour de Suisse, quando Pogacar (ancora!) gli ha tolto la soddisfazione di vincere la crono per appena 4 centesimi. E poi è partito per il Tour de France. Una corsa per la quale ha sempre provato una sorta di amore-odio. Amore perché qui veniva con il nonno, lo abbiamo detto. Odio perché se nasci perfetto per le corse di un giorno non puoi amare una fatica da fachiri lunga tre settimane. A meno che tu non sia Pogacar, ma quello è un altro discorso.
la strategia
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Van der Poel per Barcellona aveva fatto un pensierino anche alla maglia gialla - che ha indossato per sei giorni nel 2021 e per quattro nel 2025 - ma la sua Alpecin non ha brillato nella cronosquadre d’apertura e Mathieu ha dovuto resettare i sogni ("Non ho raggiunto il livello che volevo. Mi sono preparato bene, a volte bisogna solo avere un po' di pazienza") e adattarsi al solito programma: fare da lead-out per Jasper Philipsen nelle tappe per velocisti puri ("Credo di dover essere realista: in otto arrivi su dieci, Jasper è più veloce di me. Ma mi dà molta soddisfazione cercare di vincere delle tappe con lui") e sfogare qualche ambizione personale nelle tappe miste. Il problema vero è che quest’anno il percorso del Tour si divide tra tappe per scalatori e altre per sprinter. Non ci sono più le mezze stagioni, e neanche la via di mezzo. La seconda e la terza erano troppo veloci per van der Poel, e nella quarta non è riuscito a centrare la fuga, "semplicemente non avevo le gambe". Per quelli come lui rimanevano allora la tappa di Ussel e poi soltanto quella di Parigi, che prima del traguardo finale sugli Champs-Élysées presenterà ancora il triplo passaggio a Montmartre come ai Giochi Olimpici e al Tour 2025, quando van Aert riuscì a staccare Pogacar durante l’ultima salita sulla collina dei bohémien. "Ho visto Wout vincere in televisione l'anno scorso. E devo dire che mi è dispiaciuto un po' non essere stato lì. Il nuovo percorso con Montmartre è sicuramente qualcosa da attendere con impazienza".
l'attesa
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Ma torniamo a Ussel. Senza dimenticare che quando la dichiari vale doppio. Non è stata una tappa facile, con la temperatura che oscillava tra i 35 e i 40 gradi e il gruppo dietro che infuriava, ma van der Poel l’ha voluta fortissimamente. C’era Roxanne al traguardo che lo aspettava con un bacio. E quando qualcuno gli ha chiesto se sia cominciato il festival di van der Poel, Mathieu ha riso. "Non lo so, magari è un festival di un solo giorno, ma almeno è stato divertente", ha risposto facendo l’occhiolino. A trentun anni Mathieu ha già cominciato a fare i bilanci di una carriera clamorosa, ammettendo di non sentirsi più obblighi. "La mia carriera è già più che di successo. Tutto quello che verrà d’ora in avanti è un bonus. Ed è proprio questo che la rende davvero speciale", ha spiegato alla vigilia della Boucle. "Certo, mi metto ancora pressione addosso, voglio vincere quante più gare belle e importanti possibile, ma se non dovesse succedere, lo accetterò serenamente".
la nuova sfida
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Era difficile superare il Tour dell'anno scorso, quando Philipsen vinse la prima tappa e van der Poel la seconda, e si spartirono la maglia gialla per gran parte della prima settimana. Mathieu aveva vinto a Boulogne-sur-Mer battendo Tadej Pogacar in una volata ristretta. L’obiettivo quest’anno è finire la corsa, dopo che nel 2025 una polmonite lo aveva costretto ad abbandonare nell’ultima settimana. "Più invecchio, più mi piace venire al Tour. Ovviamente, continuo a preferire le corse di un giorno, in quelle posso essere completamente me stesso, ma ormai riesco ad accettare meglio che in un grande Giro ci siano tappe in cui non ho un ruolo da protagonista." Mathieu ha già detto che quello del 2027 potrebbe essere il suo ultimo Tour, prima di dedicarsi alla Mtb. "Penso che il 2028 potrebbe essere un buon punto di arrivo. Avrò trentatré anni, un'età ideale per smettere. Ma niente è ancora definitivo. Se nel 2028 sarò ancora in grado di allenarmi e mi divertirò ancora, allora tutto è possibile".
l'eredità
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Nonno Poulidor è morto nel 2019, e dunque non ha potuto vedere il suo piccolo fenomeno vestire la maglia gialla, né vincere le Milano-Sanremo, i Fiandre, le Roubaix. "Per mio nonno ero un fenomeno, ma lo sarei stato qualsiasi cosa avessi deciso di fare. Era il mio eroe. Nella mia palestra ho una sua foto, molto grande, che mi guarda. E ho anche le sue scarpe da corsa. Mi dispiace che non mi abbia visto vincere il Fiandre e che non potrò mai vivere un mio Tour con lui. Ma penso a lui con gioia, mai con tristezza". La vita continua, fra poco ce ne sarà un’altra. Vincere non è l’unica cosa che conta








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