Il 28 gennaio del 2001 la Gazzetta celebrò l'impresa del trottatore italiano in prima pagina
Candido Cannavò
18 agosto - 15:10 - MILANO
Il 28 gennaio del 2001 l'ippica italiana celebrò una storica impresa: dopo 54 anni Varenne e Minnucci riportarono in Italia il Prix d'Amérique. Il trionfo venne celebrato sulla prima pagina della Gazzetta dello Sport, a firma dell'allora direttore Candido Cannavò. Ecco il suo editoriale:
Alla tenera luce di una domenica parigina, l'orizzonte si apre a un prodigio: l'infernale pista nera di Vincennes diventa un dolce sentiero di paradiso. E Varenne lo solca con la leggerezza e la solennità di un dio. In testa dall'inizio alla fine. Così un cavallo italiano - di nascita, di educazione e di cultura - entra nella storia. E la nostra vicenda umana e professionale registra un altro giorno difficile da dimenticare. Ma l'enfasi di mezzo secolo di attesa, della Parigi conquistata, dell'emozione che il cuore non riesce a respingere, si discioglie come un élisir in un sapido racconto romanesco. Ce lo regala Giampaolo Minnucci, il superbo pilota della grande avventura, appena emerso dal delirio collettivo al quale Varenne si è elegantemente sottratto. "All' ultima curva ho visto avanzare General con Fan Idole e allora ho detto: diamogli una botta. Varenne ha subito capito. E io ho pensato: qui ce l'abbiamo fatta alla grande. Varenne volava. Poi, come al solito, a 50 metri dal traguardo si è fermato".
Pausa calcolata da attore: "Ma lui è fatto così: sapeva bene dov'era il traguardo... Varenne ha voluto vincere con morbidezza, col suo stile, anche la corsa più importante della sua vita". Poco dopo, quando il delirio si è un po' sbollito, mi sono trovato faccia a faccia con lui, il cavallo del prodigio. Varenne stava finendo di mangiare una mela e la bionda finlandese Iina, sua sorellina, stava sciogliendogli la treccina sulla fronte chiazzata da un'isoletta bianca. Si è fatto accarezzare, perfettamente conscio che quello era un rito di ringraziamento: non sulla fronte, però, gli dà fastidio, ma sul collo. Mi colpisce la sua enorme pazienza, mi stupisce ancora una volta quell' ironia che c'è nei suoi occhi. Se dovessi tradurre in parole umane quel suo sguardo, direi: "Non esagerate con la festa, è solo una corsa quella che ho vinto. Salutatemi tanto il mio amico Général. E poi non credete ai racconti di mio fratello Giampaolo: lui è un caciarone romano".
Dal recinto si leva intanto un grido. È Ciro, un ragazzo napoletano addetto alla sorveglianza del campione: "Dopo Diego, un urlo solo: Varenne". Diego è naturalmente Maradona. Signori, qui vi parla un intruso felice che ha visto correre Varenne due sole volte e vincere contro Moni Maker a San Siro un anno fa e ieri contro Général. Un intruso che, a 41 anni di distanza, si emoziona per un cavallo come fu per Berruti all'Olimpiade romana del '60. La gioia, quando è vera, respinge ogni pudore: bisogna esprimerla e comunicarla. Io sto cercando di farlo. Domani tutto rientrerà nella sua dimensione. Questo di Varenne è un grande romanzo italiano di cui la trionfale domenica parigina è solo la tappa più eclatante. È un'impresa che rilancia uno sport di potenzialità enorme. Dietro c'è studio, organizzazione, fatica, amore, capacità di pensare in grande: anche denaro, sì, ma vòlto non alla grettezza di un investimento speculativo, bensì a un traguardo che saldi l'ebbrezza dell'impresa con l'eternità della storia. Di questo va dato atto a chi, dai proprietari ai tecnici sino all' ultimo garzone, ha avuto il coraggio e la forza di credere che in una domenica di fine gennaio, all' inizio del nuovo secolo, il mitico Vincennes potesse diventare italiano. E che la corsa più famosa del mondo, lanciata dalla Marcia dell'Aida, finisse con l'Inno di Mameli. Parigi, sei proprio bellissima.









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