Dal giornalismo alla politica, dalla religione all’economia, Latella racconta all'Adnkronos il suo nuovo libro e riflette sulla crisi delle democrazie
In un tempo dominato dalla velocità, Maria Latella prova a fermare il flusso e a riportare al centro una parola che sembra quasi fuori moda: idee. Il suo nuovo libro, La sfida delle idee. Sei voci della cultura internazionale raccontano il tempo che viviamo (Rai Libri), prende forma a partire dal programma “Il potere delle idee” realizzato per Rai Cultura insieme a Piero Corsini, Silvia De Felice e il loro gruppo di autori. L’obiettivo è ambizioso: interrogarsi su alcune grandi questioni – il male, la giustizia, il giornalismo, la religione, la politica – attraverso il dialogo con protagonisti globali.
Nasce così un mosaico di sei voci: lo scrittore e giurista Scott Turow, lo studioso del Talmud Haim Baharier, il direttore di Le Monde Jérôme Fenoglio, la scrittrice svedese Camilla Läckberg, l’economista del Financial Times Martin Wolf e il pubblicitario Jacques Séguéla. Sei prospettive diverse per leggere un presente complesso e spesso contraddittorio.
In questa conversazione con l’Adnkronos, Latella racconta la genesi del libro e riflette sul ruolo del giornalismo, sulla crisi delle narrazioni occidentali e sulla trasformazione delle società europee.
Come nasce il libro e la scelta degli interlocutori?
“Nasce dal programma televisivo che ho fatto per Rai Cultura. Con Piero Corsini, Silvia De Felice e gli autori ci siamo chiesti quali idee volevamo approfondire: il male, la giustizia, il giornalismo, la religione, la politica vista anche come marketing. Da lì abbiamo individuato persone che potessero incarnare questi temi”.
Nel libro emerge la sua passione e la sua curiosità per il futuro del giornalismo. Fenoglio definisce il giornalista un “intermediario”, che può diffondere le idee ma non deve per forza produrle.
“Il giornalismo ideologico ha fatto molti danni. Io lo sopporto sempre meno, da qualunque parte venga. Un conto è l’intellettuale, che può e spesso deve schierarsi. Senza il ‘J’accuse’ di Zola non ci sarebbe stata la verità sul caso Dreyfus. Ma il ruolo del giornalista è un altro”.
Vale anche per la cronaca?
“Sì. Ho dei dubbi quando un giornalista stabilisce chi è colpevole prima della giustizia. Non ha gli strumenti degli inquirenti. Il giornalismo d’inchiesta va benissimo, ma il cronista che si fa un’idea dopo un’ora sul caso, no”.
Che cosa emerge mettendo insieme queste sei voci?
“Una visione molto articolata del presente. C’è l’Europa del Nord raccontata da Läckberg, una scrittrice di gialli che spiega come anche quell’esperimento (riuscito) di welfare e pace sociale, la Svezia, sia cambiata e abbia più paure. C’è l’economia globale con Martin Wolf, che è un cittadino del mondo, figlio di due genitori scampati all’Olocausto, che spiega perché le nostre democrazie sono in difficoltà. E poi c’è molta Francia, lo ammetto, perché è un Paese che conosco bene”.
Perché proprio la Francia?
“Perché offre due livelli: quello più istituzionale, con Fenoglio, e quello più ‘popolare’ e comunicativo con Séguéla, l’uomo che portò Mitterrand all’Eliseo con lo slogan della ‘forza tranquilla’, che aiutò Sarkozy persino nella sua vita sentimentale, che a 92 anni è ancora brillante e capisce molto bene l’umore della società”.
Nel libro c’è anche un retroscena interessante su Macron…
“Sì, Séguéla racconta che dopo l’elezione chiese a Macron quale sarebbe stato il primo provvedimento. Macron rispose: una legge sulla tassazione. E lui gli disse: è un errore, ti definiranno il presidente dei ricchi. Macron rispose: ‘Ma sono i ricchi che mi hanno eletto’. Da lì, secondo Séguéla, è iniziata la sua crisi”.
Dal confronto emerge anche un tema economico e sociale tra Europa e Stati Uniti, e si parla di immigrati e pensioni con Martin Wolf.
“Il costo della vita inizia a creare una frattura netta tra i nostri due mondi. Per avere in California o a New York il livello di vita che si ha in Italia, bisogna essere molto ricchi. Wolf spiega perché vincono i governi che si schierano contro l’immigrazione, e anche che dovremo andare in pensione a 70 o 80 anni perché sia sostenibile un mondo in cui si vive fino a 90 o 100”.
C’è anche un problema di racconto dell’Occidente?
“Credo di sì. Ci raccontiamo spesso come perdenti, in crisi, senza futuro. Ma questo influisce anche sulle prospettive dei giovani”.
Perché inserire anche la religione? Ne ha parlato con Haim Baharier, un non credente che studia la Bibbia, parla 5 lingue e predica modestia e umiltà.
“Perché in questo momento di grande confusione c’è un forte bisogno di spiritualità. Lo vedo anche tra i giovani. In Francia, ad esempio, cresce il numero di ragazzi che si avvicinano al cristianesimo”.
Alla fine, qual è il messaggio del libro?
“Che le idee contano solo se riescono a farsi ascoltare. Non basta averle: devono incidere nella società”. (di Giorgio Rutelli)













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