Nel giorno in cui conquista la 24a vittoria di tappa al Tour e indossa la 60a maglia gialla, come Miguel Indurain, crediamo che la cosa che più abbia infastidito Pogacar siano stati i fischi sulla salita del Col de Pertus. È la prima volta che succede, e non è stata certamente una bella immagine per il ciclismo in generale. Come lo sono stati (sempre al Tour) gli insulti contro Froome o, nel ciclocross, gli sputi contro Van der Poel. Comportamenti da condannare senza esitazione. Quando Pogacar ha attaccato a 1200 metri dalla vetta del Col de Pertus, alle sue spalle c’è stata ancora una volta rassegnazione: lo sloveno se n’è andato da solo, lui contro tutti, lui con un traguardo da conquistare. Nessuno ha la forza di reagire. Vingegaard era alle sue spalle e ha continuato con il suo passo. Pogacar feroce ancora una volta, come già a Gavarnie-Gèdre nella tappa del Tourmalet: l’urlo solo dopo l’arrivo, i festeggiamenti dopo la linea bianca, non prima. Come se non volesse perdere neppure un secondo. Eppure in 15,5 km di tappa sul Massiccio Centrale, sullo stesso traguardo dove nel 2024 era stato battuto in volata da Vingegaard, guadagna ben 54” sul danese secondo in classifica. Come già nella tappa pirenaica, è il suo forcing sulla salita finale a fare la differenza: guadagna ben 28” sui rivali in poco più di sei chilometri. Vingegaard è secondo a 3’36” dopo dieci tappe. Ormai il destino di Pogacar è quello di cancellare record su record: sabato a Le Markstein e soprattutto domenica sul Plateau de Solaison, altrettanti arrivi in salita, potrebbe chiudere il Tour verso il quinto trionfo finale, in attesa di conquistare l’unica montagna che ancora gli manca: l’Alpe d’Huez di Coppi e Pantani.
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