Tour de France Femmes, la prima scalata del Mont Ventoux: viaggio nel mito del Gigante di Provenza

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Domani il Tour femminile affronta la leggendaria salita: 15,7 km all'8,8%, la montagna di Petrarca, Pantani e Merckx, conquistata nel 2022 anche da Marta Cavalli. La svizzera Marlen Reusser parte in testa alla classifica con 12" di vantaggio sull'olandese Demi Vollering

Luca Gialanella

Giornalista

6 agosto - 21:05 - MILANO

Il Giro d’Italia Women ha alzato l’asticella ancora di più, e il 6 giugno è salito sul terribile sterrato del Colle delle Finestre, la salita piemontese che da Susa porta verso il cielo, tra le aquile e i boschi di castagno dove vive il lupo. Prima ancora, le ragazze avevano scoperto lo Zoncolan (nel 1997: da Sutrio), e poi i 2758 metri dello Stelvio nel 2010, il Mortirolo dai due versanti di Monno (2011) e Mazzo (2016), ancora lo Zoncolan ma stavolta da Ovaro, l’ascesa più dura d’Europa, nel 2018 con l’impresa dell’olandese Van Vleuten. Sempre più in alto, perché non ci sono più limiti per uno sport che ha ottenuto in ogni aspetto la piena parità con gli uomini.

il gigante di provenza

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Domani il Tour de France Femmes risponderà con il Mont Ventoux, il Gigante di Provenza, che mai era stato scalato nella corsa francese femminile. Nel 2017 le ragazze si erano arrampicate sull’Izoard di Coppi e Bartali, e sulla sua Casse Deserte, quell’arida pietraia che incute timore soltanto a vederla; nel 2023 la penultima tappa era arrivata in cima al Tourmalet nei Pirenei (prima Vollering), che il Tour maschile scoprì nel 1910; nel 2024 la corsa si era decisa sull’Alpe d’Huez, dove la polacca Niewiadoma aveva resistito per 4” all’assalto della Vollering e si era vestita con la maglia gialla finale. Adesso il Mont Ventoux: in classifica, la svizzera Marlen Reusser è in maglia gialla con 12” sull’olandese Demi Vollering, 1’17” sulla polacca Kasia Niewiadoma e 2’28” sulla tricolore Elisa Longo Borghini.

settima tappa

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Venerdì si corre la settima tappa, La Voulte sur Rhône-Mont Ventoux, 146,8 km e 3500 metri di dislivello: la giornata più dura di questa edizione, una prova di sopravvivenza estrema, anche per le condizioni climatiche di questa estate. La salita si affronta dal versante sud di Bedoin/Saint Esteve, quello più impegnativo: sono 15,7 km all’8,8% medio con arrivo a 1910 metri di quota. Le pendenze più dure al secondo chilometro (10%), ma i primi 6 km sono quasi sempre su quei valori, e poi nel finale (9,5%). A 6 km dal traguardo si esce dal bosco e si trova lo Chalet Reynard: qui si incrociano le strade che salgono dai versanti di Bedoin e Sault, e quel punto di ristoro diventa la salvezza di chi vuole poi lanciarsi verso la vetta. Da questo momento ci sono solo pietre, caldo e sofferenza estrema: 6000 metri di Africa sahariana e Groenlandia trapiantate in Provenza, senza vegetazione, paesaggio lunare. Non cresce nulla perché non può crescere nulla. In cima c’è l’osservatorio meteo, che ha registrato punte record del Mistral (il maestrale) fino a 320 km all’ora. D’inverno nevica. Comunque vada sarà indimenticabile. E’ così ogni volta che si passa qui, con la flora che scompare prima della vetta e lascia spazio a pietre, polvere, asfalto rovente, vento, nebbia e tanto altro. Dipende dall’umore del Gigante.

il petrarca

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Il Mont Ventoux è stato scoperto dal poeta Francesco Petrarca nell’aprile del 1336. Petrarca si voleva ritrovare, un po’ come un ciclista in crisi. E così salì sul massiccio incubo dei francesi. Scelse come gregario il fratello Gherardo (più giovane): raggiunse la cima in 48 ore. Poi, seduto su una pietra, aprì le “Confessioni” di Sant’Agostino: “Vanno gli uomini a contemplare le cime di monti… e trascurano se stessi”. Il tunnel mistico era superato, Petrarca rivide la luce e rese omaggio al Gigante in una lettera (“Ascesa al monte Ventoso”) delle “Familiares”. È considerata la montagna più seducente del ciclismo. "Il Dio del male che chiede sacrifici", secondo l’intellettuale francese Roland Barthes, o "il deserto in salita, un Sahara di pietre" per Jacques Goddet, storico direttore del Tour, o "una bestia malvagia", come Felice Gimondi lo descrisse a Marco Pantani, vincitore nel 2000 dopo un infinito duello con Armstrong. Gli uomini l’hanno inaugurato al Tour 1951, un anno prima dell’Alpe d’Huez di Coppi. E si chiama così non per il vento, ma perché è visibile da lontano. “Ventur” vuol dire questo in occitano, e in Provenza il Gigante è appunto chiamato Ventour.

"lassù ho visto l'inferno"

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Nella leggenda del Mont Ventoux ci sono streghe che si aggirano di notte nei boschi, morti misteriose per bufere di neve, incidenti di aerei, corpi scomparsi e poi ritrovati all’improvviso. C’è la tragedia del britannico Tommy Simpson, stroncato in corsa nel Tour 1967 dal caldo e dalle anfetamine. Nel 1970 Eddy Merckx in maglia gialla attacca dal primo all’ultimo metro della salita, trionfa, ma dopo il traguardo il Gigante presenta il conto: Eddy si accascia, quasi sviene, ha bisogno dell’ossigeno per riprendersi. Vincerà la Grande Boucle e dirà: "Lassù ho visto l’inferno". Nel 2000 la resurrezione di Marco Pantani in trionfo su Armstrong. Poi quei 62 passi a piedi di Chris Froome in maglia gialla nel 2016, dopo un tamponamento con una moto, il caos totale tra pubblico e corridori, e due cambi di bicicletta. L’impresa di Wout Van Aert, primo nel 2021 quando il Tour propose la doppia scalata del Ventoux, dai due versanti, prima da Sault e poi da Bedoin, con arrivo non in cima ma a Malaucene. Il giorno in cui, in salita, Pogacar andò in difficoltà sotto l’attacco di Vingegaard, 

marta cavalli nella storia

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Il Mont Ventoux rappresenta da sempre una sfida estrema per ogni ciclista. Il Tour de France Femmes non c’è mai salito; l’ha fatto invece la Mont Ventoux Dénivelé Challenge, gara femminile di un giorno con partenza dal teatro romano di Vaison la Romaine e arrivo in cima. Era il 14 giugno 2022: con la sua vittoria per distacco entrò nella storia Marta Cavalli, la campionessa cremonese che l’anno scorso si è ritirata. Così ha raccontato l’impresa: "Avevo visto questa montagna solo in televisione. Mi ricordo Froome correre a piedi con la bici rotta, in mezzo alla gente. Qualcosa di fantastico, unico. Alla partenza ero emozionata, provavo timore e rispetto per quella montagna tanto iconica. Uno sforzo fisico ma soprattutto mentale. Vedi la cima ma non la raggiungi mai, poi il vento e il sole che non danno tregua". La prima donna sul Ventoux, quasi come la prima donna sulla Luna: "Beh, un po’ lo ricorda. Dal niente si sbuca in un’area aperta, esposta al sole, spoglia. Un serpentone che sale continuamente con l’ultimo chilometro che non finisce mai".

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