L'ormai sempre più probabile ritorno di Totti in società testimonia il passaggio del club da un modello di business a vocazione internazionale al rilancio di fedeltà e storia
Tutte le strade, è proprio il caso di dirlo, portano a Totti. E la domanda, anzi le domande, che molti si fanno sono sbagliate in partenza: ma perché i Friedkin hanno deciso di riportarlo in società? E perché, dopo esserne uscito, lui stavolta è pronto a rientrare? Non è a questo che bisogna rispondere, perché - piuttosto - viene da chiedersi come sia possibile che il più grande calciatore della storia giallorossa - 25 stagioni, 786 presenze, 307 gol - non sia già lì. Perché nessuno più di lui rappresenta, incarna, il senso di appartenenza.
svolta di strategia
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Già, una bandiera che tornerà a sventolare. Ed è magari su questo che ci si può interrogare. Sull’inversione completa dei Friedkin che, fedeli ad un modello di business, sono partiti con la massima rappresentatività internazionale - da Mourinho a Thiago Pinto, da Lina Soulouku a Ghisolfi - per poi dedicarsi alla riscoperta dei valori di casa. Perché, d’altra parte, flessibilità e capacità di strategia e di visione, rappresentano il vero segreto per poter migliorare il dna di un’azienda. Così, dopo un’esperienza bruscamente interrotta con Daniele De Rossi - anche a causa di malintesi ed interferenze - proprio i Friedkin hanno e stanno riscoprendo il valore delle radici, naturalmente in parallelo con le competenze. Così un anno e mezzo fa è toccato a Claudio Ranieri, che aveva deciso di smettere con la panchina e solo per il giallorosso ha accettato di mettersi di nuovo in discussione. Un atto d’amore consolidato pochi mesi fa: perché è stata forte la tentazione di dire sì alla chiamata della Nazionale, per poi rinunciare e continuare ad accomodarsi in tribuna. Dopo aver consigliato Gasperini e prima di riannodare un vecchio discorso proprio con Totti il "suo" calciatore, il "suo" capitano. Avreste dovuto vederli, nel settembre del 2018 all’interno del Colosseo, ridere, scherzare, darsi di gomito alla presentazione dell’autobiografia di Francesco. Quando erano entrambi semplicemente e straordinariamente tifosi.
il ruolo
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Logico, naturale, che dopo Ranieri i Friedkin pensassero dunque a come riportare a casa, a Trigoria, l’uomo che più di tutti rappresenta la Roma nel mondo. Per le prodezze, certo, per i gol: ma anche per la sua fedeltà a un’unica causa. E questa è la vera domanda, come si poteva pensare di andare incontro al centenario del club, che cadrà nel 2027, senza il suo autentico simbolo? Questo però non vuol dire che Totti farà semplicemente da ambasciatore. Sarebbe un peccato - come è successo nella precedente esperienza con Pallotta - non mettere a frutto le sue idee, le sue conoscenze. È quasi incredibile infatti che, dopo aver fatto il dirigente da calciatore - quando gli venivano chiesti consigli e pareri - nella nuova veste non venisse invece consultato sulla scelta degli allenatori, dei calciatori. Perché Totti è sempre stato una risorsa inimitabile: non è un caso che Pisilli - l’ultimo gioiello della miniera che Bruno Conti ha valorizzato per anni - abbia sempre confessato di essersi ispirato al mito di Totti. E chissà che anche per Pellegrini, avviato ormai alla scadenza, non si aprano nuovi orizzonti. All’alba di un poetico corso sempre più giallorosso.










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